Cop Car

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7.0 Awesome
  • voto 7

Give me my fuckin’ car

Cop Car è per certi versi un oggetto non facilmente catalogabile, che si può collocare, senza stare tanto a pensarci su, nel limbo del genere (post-qualsiasicosa) che se ne frega di sbandierare la presunta appartenenza a correnti nostalgiche neo-neo-noir e affini tanto à la mode in questi anni. O almeno fa finta molto bene.
Privo di sovrastrutture moral(eggiant)i, Cop Car (presentato nella sezione Midnight del Sundance 2015) va dritto per la sua strada senza intoppi. Ci sono i cattivi da una parte (Kevin Bacon in salsa poliziotto mellifluo, corrotto e baffuto, i criminali di cui deve sbarazzarsi rinchiusi nel bagagliaio della sua auto di servizio) e due bambini ignari dall’altra, che nel loro ciondolare in aperta campagna s’imbattono nell’auto del losco sceriffo, apparentemente abbandonata, e decidono di prenderla per fare un giro. E sullo sfondo, un’America farlocca e sonnolenta.
Jon Watts, attraverso una struttura spiccia e ritmata, riesce nel piuttosto arduo compito di realizzare un crime movie “generico” che si muove autonomamente, senza alcun bisogno di invocare temi e universi morali, dispiegando un’intelaiatura solida quanto ruvida (o meglio: felicemente rozza) che non ha bisogno di respirare attraverso parentesi esplicative nobilitanti o pseudo tali. In altri termini: la bellezza di Cop Car sta tutta nella sua semplicità.
Il regista (qui al suo secondo lungometraggio dopo l’horror Clown) butta un occhio un po’ ovunque (titoli di testa anni vagamente anni ’80, coming of age, badass appena abbozzati quanto efficacemente essenziali) ma non ci fa pesare nulla. Il tutto scorre come un paesaggio qualsiasi nel nowhere della provincia americana visto da un’auto in corsa guidata da due bambini in stato di semiabbandono.
Cop Car è un film “onesto” – volendo usare questa etichetta oramai abusata e (per questo) antipatica – perché depurato da fronzoli e ammicchi d’antan (tematici e stilistici): il racconto procede in maniera lineare, tutto d’un fiato, da A a B senza menarla troppo su nulla. Popolato da pochissimi personaggi, per niente nuovi, ma che fanno il loro porco dovere: su tutti un Kevin Bacon sceriffo cocainomane invischiato in affari di droga, che appare come una figura quasi fuori dal tempo (massimo?) che funziona; i due bambini appena undicenni scritti/diretti/interpretati anch’essi senza orpelli di alcun tipo, tanto da risultare magnetici nel loro “non far nulla”, nell’loro essere appena tratteggiati, come del resto lo sparuto cast che fa loro compagnia; insomma, un crime movie intagliato con la semplicità dell’artigiano che sa far funzionare l’ingranaggio oliandolo per benino. Tanto basta.

Fabrizio Catalani

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