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Caro Mostro

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VOTO: 8

Un corto battuto a macchina e spedito per posta

Le tue lettere dicono che mi sei accanto
Allora perché mi sento solo?
Leonard Cohen, “So long, Marianne”

Sono due i cortometraggi in programma al Molo Film Festival 2023 venerdì 15 dicembre, giornata in cui si renderà omaggio anche al grande Massimo Wertmüller: Epitaph di Silvia Lorenzi e Caro Mostro di Stefano P. Testa. Proprio quest’ultimo ci ha particolarmente colpito, per la vicenda umana così vibrante che da un’altrettanto singolare prospettiva riesce a testimoniare, a rendere vivida, ma anche per la polifonia di segni che a tale scopo ha reso visibile sullo schermo. Ulteriore dimostrazione, volendo, di come tale festival si orienti spesso e volentieri verso il cinema di ricerca. E se ne renderà subito conto il pubblico che vorrà assistere, intorno alle 18.30, alla proiezione del corto presso il Caffè Letterario di Roma…

La genesi di Caro Mostro risulta correlata al ritrovamento in una scatola per scarpe di alcune lettere, scritte tra il settembre 1965 e il giugno 1966, rinvenute accanto al corpo senza vita di un uomo, Elio, il cui cadavere è stato scoperto solo nel marzo 2020 – e cioè alcune settimane dopo il decesso – in un piccolo appartamento alla periferia di Bergamo. Nella scatola, accanto a suddette lettere risalenti perlopiù al periodo in cui l’uomo aveva da poco compiuto 18 anni e frequentava l’ultimo anno del Collegio San Carlo a Torino, sono stati trovati anche ritagli di giornale, vecchie fotografie, filmini di famiglia.
Da questa per certi versi miracolosa epifania il film-maker Stefano P. Testa ne ha saputa suggerire poi un’altra, parimenti carica di emozioni, in quanto orientata a far coincidere il mistero di una vita con le pressoché infinite possibilità del mezzo cinematografico. Umbratili inquadrature nelle quali si percepisce la presenza del pulviscolo atmosferico. La battitura del testo su una vecchia macchina da scrivere. Dettagli di altri oggetti dell’epoca. E poi i timbri su quelle famose lettere, che costituiscono tracce tangibili di una fitta, assidua corrispondenza tra Elio e le persone a lui più vicine: il severissimo padre, la madre premurosa, una fidanzatina gelosa delle altre occasionali partner del ragazzo, quel migliore amico abituato a esprimersi con lui in modo decisamente maschio e “cameratesco”. Tra le uscite più clamorose di quest’ultimo, al termine dell’ennesimo raccontino “a luci rosse”, vi è senza ombra di dubbio la seguente: “E ricorda, se la sorca è bianca o nera, viva la figa, viva il Barbera!”. Una chiosa d’altri tempi.

Da tutto questo magma di ricordi, esperienze, dialoghi accalorati in famiglia o con altri, Stefano P. Testa ha saputo trarre un oggetto filmico non meno fluido, misterioso, umorale, cangiante e talora anche ruvido, come può esserlo a quell’età la vita di un giovane uomo.

Stefano Coccia

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