Burning Birds

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

La sposa in nero

Un villaggio rurale dello Sri Lanka, una capanna sperduta dove vive una famiglia, con otto bambini. Alla radio si sente parlare della cattura di ribelli comunisti. Siamo nel 1989, nel pieno della guerra civile che ha devastato il paese per 26 anni. Il capofamiglia viene interrogato dai paramilitari e riconosciuto colpevole di una colpa imprecisata, identificato da una persona incappucciata. Viene quindi condotto brutalmente a morte. La vita per la vedova, Kusum, sarà una discesa nel baratro, dovendo accettare ogni umiliazione pur di mantenere i figli.
Nel suo secondo film Burning Birds – presentato nel Concorso Lungometraggi Finestre sul Mondo del 27° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina – il regista Sanjeewa Pushpakumara torna al suo villaggio natio, nell’Est del paese, per raccontare una storia di disperazione infinita, ispirata al suo stesso vissuto: cresciuto in una famiglia povera, perse il padre e successivamente lo zio fu vittima dei gruppi paramilitari.
La vita di Kusum rappresenta un autentico martirio. Accetta i lavori più umilianti, viene abusata e alla fine è costretta alla prostituzione. Ogni rimasuglio della sua dignità viene spazzato via quando viene arrestata in una retata della polizia e viene così scoperta la sua attività notturna (a casa, per spiegare che si truccasse pesantemente prima di uscire, diceva che di aver trovato lavoro in un negozio di oggetti di lusso). Così lei e i suoi figli a scuola subiscono l’ostracismo mentre la suocera l’accusa di avere infangato la memoria del marito. Le convenzioni sociali retrograde di una cultura patriarcale sono oggetto della critica sociale di Sanjeewa Pushpakumara, in un’opera che rappresenta un autentico pugno nello stomaco allo spettatore occidentale che vive in condizioni di benessere. La condanna è logica prima ancora che morale. È impossibile per una donna sola mantenere una famiglia numerosa in un contesto come questo. E se la prostituzione rappresenta l’unica possibilità di sopravvivenza, questa diviene un marchio d’infamia con cui la società ti bolla.
Quasi nessuno si salva tra i personaggi del film. Anche figure in un primo momento accettabili come il proprietario del macello, che dà fiducia a Kusum riconoscendola come una diligente lavoratrice, ma poi organizza uno stupro di gruppo ai suoi danni. Ogni barlume di umanità sembra scomparire. Ma il film parla anche della forza delle donne. Possiamo vederlo come una versione estremamente peggiorata, in un contesto molto più difficile governato dalla disperazione, di Irina Palm, il film inglese del 2007 dove la protagonista trovava una soluzione estrema per portare a casa il pane.
Sanjeewa Pushpakumara costruisce questa opera non con un approccio fotografico neorealista, ma con una paradossale tendenza all’estetismo. Prevalgono i ritratti dei personaggi con quadri fissi o quasi, come dei tableau vivant. E poi un’attenzione per i paesaggi dello Sri Lanka, e il regista indugia più di una volta a contemplare la Luna, che dall’alto domina il cielo notturno, indifferente alle tragedie umane che avvengono sotto il suo sguardo. Creando così una fascinazione mista a ribrezzo, una pornografia del degrado umano. Non a caso Sanjeewa Pushpakumara cita il Caravaggio, con la sua crudezza, ma anche Goya rientrebbe perfettamente in questo discorso. La scena in cui Kusum, al primo giorno di lavoro al macello, esce vomitando, rappresenta la condizione in cui spesso viene messo impietosamente lo spettatore, con le spalle al muro, senza nemmeno un momento di commozione come valvola di sfogo.
Senza nulla togliere alla buona fede del regista e alla sua sincerità, non si possono non rilevare anche alcuni limiti ad un simile approccio. A volte questa estetica del degrado sembra troppo calcata, quasi compiaciuta. Di alcuni eccessi visivi viene il dubbio che siano necessari o gratuiti, come il momento del dettaglio della depilazione della vagina, che pure rientra nella narrazione visiva del film, come segno che la protagonista cede all’arruolarsi tra le prostitute. Il problema è che un tale accumulo di eccessi disturbanti può portare alla fine all’assuefazione o al rifiuto.

Giampiero Raganelli

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