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Bone Tomahawk

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VOTO: 5

Un libro in bagno

Bone Tomahawk è un film del 2015, scritto e diretto da S. Craig Zahler.
Prima di addentrarmi nella scrittura delle poche righe che seguono, lo ammetto, ho dovuto colmare uno dei miei tanti deficit di conoscenza. Ho provato a farlo consultando quella che considero una piccola bibbia per gli amanti del genere horror, “Guida al cinema horror”, edita da Odoya e scritta ad otto mani da Walter Catalano, Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro. Ho così scoperto come sospettavo, alla voce “Weird Western”, che nella cinematografia il connubio tra horror e western non ha mai goduto di grande fortuna. Si legge infatti che, a differenza dell’universo dei fumetti (si pensi ad esempio a Zagor), delle decine di film che hanno tentato questa scelta stilistica ben pochi son riusciti ad affermarsi come veri e propri titoli di culto. Hanno provato nell’impresa registi di grosso spessore come Clint Eastwood, a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta, Umberto Lenzi o addirittura Alejandro Jodorokski con El Topo (del 1970). Molto potrebbe essere dovuto al fatto che ogni autore che prova a stare in equilibrio tra generi così diversi corre il rischio di scontentare gli amanti di entrambi senza soddisfare nessuno. L’ultimo tentativo in questo senso è stato provato proprio da S. Craig Zahler, regista esordiente alla sua prima uscita, che con Bone Tomahawk intraprende nuovamente la strada che già era stata solcata da altri.
Nella cittadina di Bright Hope ci sono stati alcuni rapimenti da parte di una tribù indiana dedita al cannibalismo. Quando la moglie di Arthur O’Dwyer (Patrick Wilson) viene rapita, lui si metterà sulle sue tracce accompagnato dallo sceriffo Franklin Hunt (Kurt Russell), il suo vice Chicory (Richard Jerkins) e John Brooder (Matthew Fox).
È in questo contesto che la vita nel selvaggio West viene solo abbozzata, funzionale a ricreare l’ambiente in cui i protagonisti si muoveranno. Zahler confeziona un prodotto ben realizzato dal punto di vista visivo, con una fotografia arida e polverosa tra sterpaglie e canyon sconfinati, ma si ferma qua senza riuscire a fare il passo successivo. Nonostante un cast d’eccezione ed una loro buona interpretazione, infatti, i personaggi sono scarsamente delineati proprio là dove, invece, la dinamica del gruppo in una situazione di estremo pericolo avrebbe potuto offrire diverse possibilità. Tutto questo invece manca, in Bone Tomahawk, ed anche se il regista ci prova attraverso la figura di Chicory, il vice sceriffo arzillo e chiacchierone, ad innescare alcuni spunti di riflessione, il tutto si spegne nella classica ed infinita lotta tra mondo civilizzato ed esseri antropofagi senza etica. Resta interessante il tentativo di gettare, nella prima parte del film, una sorta di aura di mistero attorno all’immagine degli abitanti delle rocce che comunicano tra loro per mezzo di un suono inumano e primitivo, ma allo stesso tempo i ritmi sono talmente lenti e privi di azione che anche questo espediente perde di significato.
Nemmeno nel finale, quando la pellicola abbandona le tinte da western introspettivo per spingersi verso i lidi più sanguinolenti del cannibal movie, la violenza riesce a suscitare emozioni forti o tanto subdole da restare impresse nella mente dello spettatore. I pellerossa (o meglio, bianca, perché cosparsi di una strana polvere su tutto il corpo) hanno le sembianze a metà strada tra i primitivi di The Green Inferno (2013) e le creature deformi de Le colline hanno gli occhi (2006), con l’unica differenza che non viene sottolineato quel distacco morale o quell’istinto animalesco che invece è decalcato in questi altri due prodotti. C’è infine il sacrificio dell’uomo d’onore che sa quando parte ma non saprà mai se tornerà, pronto a morire per la causa del Bene (quello con la B maiuscola), aiutato e scortato da un Dio che forse ascolta o forse no, proprio a voler rimembrarci che certi valori appartenevano a mondi a noi ormai troppo lontani e sconosciuti. Tutto questo non basta ma viene da chiedersi, ad ogni modo, se un lavoro come Bone Tomahawak avesse potuto mettere tutti d’accordo se si fosse fermato un passo prima, alla vita dei cowboy nelle praterie al galoppo degli stalloni.
A voler chiudere il cerchio si può dire che anche questo ennesimo tentativo risulta essere un buco nell’acqua, proprio perché non si propone come punto d’incontro tra gli appassionati dei due generi, mentre rimane apprezzabile il coraggio di S. Craig Zahler nel voler sperimentare e sondare territori fuori dal comune attraverso un lavoro esteticamente ben fatto (lui stesso è il direttore della fotografia) e con una squadra di interpreti meritevole quantomeno di attenzione.

Riccardo Scano

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