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Butterfly Jam

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VOTO: 6,5

Una fiaba imperfetta sulla mascolinità

Se i primi due lungometraggi di Kantemir Balagov erano incentrati su personaggi femminili, con Butterfly Jam — film di apertura della Quinzaine des Cineastes del Festival di Cannes 2026 che, perlomeno a scatola chiusa, promette fuochi d’artificio — il regista russo si cimenta nella costruzione di uno studio tutto al maschile. Tranquilli, non serve che tiriate fuori il test di Bechdel: grazie al contributo della sempre magnetica Riley Keough, al centro della storia batte anche un premuroso cuore materno, ma è di padri e figli che racconta questa bizzarra fiaba mascherata da traguardo autoriale.
Balagov, di origini circasse, conferisce il medesimo background ai suoi personaggi: per un soggetto che si confronta con la mascolinità, non esistono fondamenta migliori della propria esperienza in una comunità in cui orgoglio e ossessione per il rispetto portano le persone ad indispettirsi se, per esempio, la stretta di mano che ricevono non è conforme alle loro aspettative. Questo esatto scenario, che nel film porta quasi all’esplosione di una rissa, è un modo non troppo sottile per ricordarci che la virilità si basa su concetti arbitrari e stupidi, di cui molti uomini sono purtroppo schiavi. Insomma, fin qui nulla di nuovo, ma serve procedere con ordine, perché Butterfly Jam non è di certo un’esperienza che lascia indifferenti.
Ci troviamo in New Jersey, precisamente a Newark, dove l’orgoglioso padre di un futuro campione olimpico di wrestling lavora nel diner che vanta i migliori Deruny del pianeta — in sostanza, l’equivalente circasso dei pancake, ma a base di patate. Tuttavia, questo è solo il roseo punto di vista di Azik, uomo che ha interiorizzato l’arte di romanticizzare le proprie sventure. Il figlio Tamir, con ogni probabilità, diventerà davvero una stella del wrestling, ma ciò non sarà certo merito di un padre che è destinato a venire ricordato per la sua “marmellata di farfalle”: non passano nemmeno 5 minuti, che il film ci rivela che dietro al suo titolo c’è una spiegazione letterale. Ma ci sono davvero farfalle nel barattolo, o si tratta di un’innocua fantasia? Perché gli amici che si trovano nel diner quella sera a fare baldoria, e che lo stanno prontamente mettendo a soqquadro lottando tra i tavoli, potrebbero giurare che il gusto è molto simile a quello della marmellata di prugne. Apparentemente, non si può mai sapere con Azik, a cui piace lasciarsi trascinare da istinti infantili più che dalle canoniche responsabilità del mondo reale, che cerca invece in tutti i modi di aggirare.
Con Bird di Andrea Arnold, ancora fresco nella recente memoria del festival, è difficile non tracciare il paragone tra questi suoi due personaggi estremamente affini, interpretati entrambi da Barry Keoghan: due anni fa, gli avventori di Cannes lo hanno seguito nell’intento di fare soldi a palate grazie a un rospo psichedelico, e ora lo hanno visto “evolversi” in uno chef che sostiene di poter preparare la marmellata a partire da qualsiasi cosa, che tiene segregata nel suo garage una specie protetta di uccello raro, e che spende fin troppe energie a convincere il prossimo che Monica Bellucci è in realtà di origini circasse. Possono sembrare dettagli irrilevanti, ma il debutto in lingua inglese di Bagalov, inizialmente intitolato Monica, vive proprio di suggestioni e stranezze. Insomma, l’attore irlandese ci ha preso gusto a interpretare malassortite figure paterne con tanto affetto da dare, ma modi decisamente discutibili di dimostrarlo e impartire lezioni di vita. Azik tiene più di ogni altra cosa al figlio, e il loro rapporto è alla base di un film in cui la tenerezza esplode nei dettagli più inaspettati. È evidente che il loro affetto non sia semplicemente il frutto di un legame sanguigno, ma che sia da ricondurre a una connessione profonda dettata dal simile livello di (im)maturità che possiedono entrambi, nonostante la differenza di età. Azik, che dalla sua ha solo l’aver vissuto di più, è addirittura più immaturo del figlio. Poco importa se questo legame si nutre anche di momenti in cui fanno suonare tutti gli antifurti delle macchine del quartiere, l’importante è sapere di comprendersi. È difficile non sorridere osservando Azik che si trascina in giro per diversi giorni l’ultimo trofeo vinto da Tamir, sbandierandolo in aria rumorosamente alla prima occasione. Nel ruolo di Tamir recita il giovane Talha Akdogan, che si fa valere all’interno di un cast di tutto rispetto completato da un Harry Melling in forma smagliante, che per la versatilità mostrata tra quest’ultimo film e il precedente Pillion, si conquista di diritto il prestigioso aggettivo “camaleontico”. È proprio Melling che instilla fin da subito un’idea di pericolo, smaniando per confrontarsi con il ragazzino prodigio in uno sport di contatto che non gli compete, ma determinato lo stesso a battersi fino allo svenimento per dimostrare qualcosa, probabilmente a se stesso più che agli altri. Eppure tutt’intorno si ride: è così che veniamo introdotti all’ecosistema disfunzionale di una famiglia allargata che si crogiola nella confusione, e che prosegue indisturbata a giocare a carte e mangiare mentre il tavolo viene saltuariamente scosso dall’ennesima colluttazione.
Su questa base, il film si presta a venire scambiato per una commedia che vive di eccessi funzionali, non fosse per il velo nero che getta sugli avvenimenti la primissima scena: sappiamo fin da subito che Azik morirà, senza che nessun dettaglio aggiuntivo venga reso noto allo spettatore. Balagov si avvale di un fugace prologo in medias res per evitare qualsiasi fraintendimento, ovvero che il lutto improvviso di Butterfly Jam non rappresenta un elemento concepito per cogliere di sorpresa. Il nucleo della violenza è un punto di transizione narrativa fondamentale, a cui è necessario arrivare preparati. Decisione ammirevole, anche se è l’equivalente cinematografico di avvisare preventivamente la maestra che non hai svolto i compiti in modo da risparmiarti l’attesa della sfuriata. L’atto efferato che giustifica il prologo è destinato non solo a inimicarsi la maggioranza degli spettatori, reticenti in questo periodo storico a confrontarsi con situazioni ostili a cui non avevano dato precedentemente consenso, ma anche chi era rimasto incuriosito dall’equilibrio tra realismo e vivace ambiguità della prima parte del film. Un intermezzo artificioso, che segna l’inizio di una disamina più approfondita del percorso di formazione di Tamir, contraddistinta da un ritmo più riflessivo e movimentato solamente dall’umorismo slapstick a carico del povero pellicano rimasto senza padrone. Balagov elogia la stranezza, sia come espediente cinematografico per condire di ironia un soggetto altresì spinoso, sia come sano approccio alla vita, che spesso non va presa troppo sul serio per vederne il lato positivo.
Il problema sta nel fatto che le tante idee non vengono valorizzate dalla sceneggiatura, lasciando la sensazione di un’accozzaglia di intenti irrisolti, salvati da un’eccellente regia e dal lavoro alla fotografia di Jomo Fray alla fotografia — il maestro dietro Nickel Boys e All Those Roads Taste of Salt. Il tema centrale è sicuramente la difficoltà a sentirsi vulnerabili, soprattutto quando la propria visione del mondo è subordinata a un’equazione per cui mascolinità, successo e forza sono variabili interconnesse e inscindibili. Si tratta di un grosso problema, essendo la debolezza una delle grandi virtù di questo mondo. Quando lo si capisce è sempre troppo tardi. Nel frattempo, il segreto è fantasticare ogni volta che se ne ha l’occasione; è così che nascono i momenti che vale la pena ricordare.

Alessio Vinciguerra

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