Blue Ruin

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I tempi (comici?) della vendetta

La vendetta come scintilla degli eventi, fuoco purificatore per individui tormentati, oltraggiati, disperati, esplosione pirotecnica di una violenza sensazionale che si fa spettacolo, intrattenimento. É sulla falsariga di molto, moltissimo cinema che prende il via la sgangherata, drammatica vicenda di Dwight (Macon Blair), protagonista, quasi suo malgrado, dell’apprezzato (dal festival di Cannes a quello di Torino) e notevole Blue Ruin, diretto dal direttore della fotografia americano Jeremy Saulnier. Disadattato, barbuto, senza fissa dimora né speranza, questo goffo, impacciato homeless si scuote dal suo torpore proprio alla notizia della scarcerazione dell’assassino dei genitori, proprio dinnanzi al baluginio, all’emergere di quel bruciante e cieco desiderio di vendetta visto in così tanti revenge movies.
É l’originalità dello sguardo di un giovane autore indie sempre più consapevole dei propri mezzi, sempre più attento a fotografare l’assurdità (più realistica proprio quando, apparentemente, più irreale) dell’esistenza, a fare, a questo punto, la differenza, a non far precipitare il tutto nel cliché, a trasformare un soggetto all’apparenza poco originale in un prodotto tanto anomalo quanto curiosamente affascinante.
Come si rende ben presto conto lo sprovveduto Dwight, infatti, la vendetta non è quell’atto asettico, freddo e chiarificatore che ci si sarebbe aspettati, non è quello strumento catalizzatore capace di mutare gli uomini in terribili e magnifiche macchine dispensatrici di morte e giustizia. Ecco allora, in un realismo sconcertante, fatto di tempi morti, lenti piani sequenza, lunghe attese seguite da repentini pedinamenti concitati, prendere forma una piccola cronaca di fallimenti (o, al massimo, di imbarazzanti e provvisorie vittorie), dai più “domestici” nella loro quotidiana stupidità ai più assurdi. Un iperrealismo mostruoso, cinico, nero come cifra stilistica per fotografare un percorso a ostacoli insormontabili, devastanti per il mite, impreparato e fragile uomo comune.
Nel rendere l’inettitudine, l’inesperienza di un individuo non tagliato (ma chi, in fin dei conti, lo è?) per portare a termine un compito così terribile, il regista mette in luce, in tutta la sua pornografica, oscena evidenza, l’orrore, la follia di un gesto tanto sentito, tanto soggettivamente necessario, quanto, soprattutto, animalesco, innaturale, abnorme.
Siamo lontani anni luce dai gratifica(n)ti vendicatori da action, anni luce lontani da un mondo in cui la vendetta, il sangue, l’omicidio, potevano ancora avere un senso (discutibile quanto si voglia) di catartica rivalsa. In una catena di omicidi che è una discesa diretta all’inferno, una perdita di umanità proprio quando l’umanità, paradossalmente, emerge in tutta la sua sincerità, è nello stravolgimento delle logiche di certo cinema di genere a grottesca (di un umorismo nero, nerissimo) epopea che abolisce qualsiasi epica, qualsiasi scena madre o climax spettacolare, che la pellicola si rivela, allora, in tutta la sua distruttiva, anomala, dissacrante potenza.
In Blue Ruin non c’è l’istinto omicida che, freddo, inesorabile, razionale, si nasconde dietro la facciata della provincia americana, non c’è l’esplosione esaltata e spettacolare di una brutalità tanto splatter quanto irreale, stilizzata, nessuna storia di violenza cronenberghiana né spose sanguinarie armate di katana, ma un realismo disarmante e desolato, un disgusto costante e impacciato nel compiere atti orribili, anche in rapporto a una vendetta “giusta”. L’assurda, ridicola ricerca di una giustizia, di un riscatto che è solo l’ultimo anello di una catena, l’ultimo atto di una faida famigliare tanto grottesca quanto inesorabile si colora allora dei tratti cupi e assurdi di uno slapstick, comica muta e tremenda di una tragica discesa agli inferi, legame empatico con un pubblico (dis)educato alla violenza, irrimediabilmente sconcertato nel (ri)scoprire quanto questa fosse angosciante, folle, inutile.

Mattia Caruso

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