torneranno i prati

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8.0 Awesome
  • voto 8

L’inverno che non finisce

L’ultimo film di Ermanno Olmi, torneranno i prati (da scriversi con l’iniziale minuscola: chi conosce e ama il cinema dell’autore de L’albero degli zoccoli (1978) apprezzerà la consueta distanza da qualsiasi enfatizzazione) è tante cose assieme. In primo luogo un’opera sull’importanza della memoria. Un periodo temporale lontano come la Prima Guerra Mondiale viene eletto simbolo esemplare di ogni ciclico conflitto, atrocità che il nostro paese non conosce ormai – fortunatamente – da molti decenni. Il film serve allora per non dimenticare, in tempi di internet e social network, uomini come noi, con i loro sogni e le loro paure ma rimasti intrappolati in quel meccanismo infernale dettato da eventi e ordini superiori. Poi torneranno i prati è un film volutamente anacronistico e dal linguaggio cinematografico che oggi appare, non certo paradossalmente, quasi d’avanguardia. Un impianto meta-teatrale – ma del tutto privo delle ridondanze che penalizzavano un po’ il penultimo lungometraggio di Olmi, Il villaggio di cartone (2011) – caratterizzato da (quasi) perfetta unità di tempo e di luogo in cui la macchina da presa scava dentro i volti e le angosce dei soldati rinchiusi in un bunker del nord-est italiano nel 1917, raccogliendo da elemento neutro i loro monologhi e le rispettive dinamiche comportamentali. Uno studio antropologico che non risulta mai noioso o fine a se stesso sia per le parole, pronunciate dai personaggi del film, di grande significato che per la veridicità estrema del contesto.
Caratteristica principale di torneranno i prati è la deformazione del tempo narrativo. Nella notte infinita il senso di impotenza, l’attesa di un qualcosa che dovrà prima o poi aver fine ma non si sa quando, dilata fino all’eccesso secondi, minuti, ore. I rumori sordi della guerra risuonano pressoché incessantemente. La domanda che ossessiona i militari è: quando cadrà l’ordigno che centrerà il bunker ben mimetizzato tra le nevi? Le atmosfere ricordano quelle de Il deserto dei Tartari (1976), ottima trasposizione cinematografica diretta da Valerio Zurlini del romanzo di Dino Buzzati. Il tempo mette a nudo l’assurdo di un’umanità collocata coattivamente dalla parte più triste della Storia. Nel nascondiglio pochi viveri e molto freddo. Condizioni di vita, a prescindere dalla battaglia che infuria, al limite della sopravvivenza. Qualcuno si aggrappa a quel briciolo di dignità rimasta. Altri preferiscono la fine, per mancanza di alternative. L’obiettivo che vuole perseguire Ermanno Olmi con torneranno i prati emerge in tutto il suo nitore: porre nella mente degli spettatori la delicata questione morale se in guerra uccida più il nemico oppure l’insinuante malattia provocata dall’orrore della prospettiva di uccidere o essere uccisi. Come ricorda la didascalia finale la guerra è una brutta bestia, che una volta iniziata sfugge ad ogni controllo. E che porta ad un abbrutimento che può comportare, nella maggior parte dei casi, l’inizio della fine.
Coadiuvato da un cast estremamente coinvolto a livello anche emotivo oltre che artistico – ricordiamo tra gli altri Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti e Niccolò Senni – in un’opera di grande impatto, Ermanno Olmi ritrova il rigore stilistico dei suoi lavori migliori. La fotografia del figlio Fabio riproduce sullo schermo con encomiabile bravura il freddo sia esteriore che interiore, mentre la naturalezza del documentario si affaccia nelle brevi parentesi in cui fauna e flora delle montagne osservano attonite lo scempio che l’essere umano riesce a fare di se stesso e del proprio habitat. Nel prefinale torneranno i prati abbandona una finzione a tratti più vera del vero per tornare alle immagini reali di repertorio. I tanti, troppi morti in battaglia, il ritorno festoso dei sopravvissuti. Ma poi si ritorna nel “non luogo” del bunker; perché un’altra guerra è alle porte e la macchina bellica – ieri in Italia, oggi nel mondo – non si arresta mai. Ed è in questi istanti che torneranno i prati assume con interezza la sua forma di amarissimo apologo sull’eterna condizione umana: dopo il lunghissimo inverno, allo scioglimento della neve, il verde dei prati tornerà forse a brillare sotto il sole. Tuttavia il gelo che attanaglia l’uomo il quale ha combattuto per uccidere e rimanere vivo, quello rimarrà per sempre. Come un male sordo e invisibile all’interno dell’anima.

Daniele De Angelis

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