Black or White

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Questione di pelle

Archiviamo definitivamente i tempi gloriosi e ruspanti di Spike Lee e del suo Do the Right Thing (1989), amarissimo apologo sull’impossibilità di convivenza tra razze differenti nella babele statunitense. Non torneranno più. Ora che Barack Obama è già al secondo mandato inoltrato alla Casa Bianca, se anche una produzione indipendente para-hollywoodiana decide di realizzare un film e intitolarlo Black or White, si può star certi che l’intera faccenda sfiorerà appena l’entità di un problema razziale che, ciclicamente, si ripresenta in tutta la sua gravità. Questo perché, tra le altre cose, il suddetto film è prevalentemente una commedia da intrattenimento, sia pure dagli accenti seri e talvolta amari.
La storia, pur ispirata a fatti realmente accaduti (almeno così afferma la solita didascalia in apertura), si ammanta subito delle improbabilità tipiche da soap opera quando si apprende, in medias res, della scomparsa della moglie di Kevin Costner – che nel film si chiama Elliot, rievocando dolci ricordi cinefili – ormai passato in pompa magna a ruoli di nonno a nemmeno sessant’anni di età. Lui, per mitigare la perdita, si attacca alla bottiglia. Ma la nipotina di razza mista ha bisogno del suo amore. Cammin facendo si scopre che la figlia di Elliot ha avuto una bambina ad appena diciassette anni di età, frutto di una contrastata relazione con un ventitreenne di colore, afflitto da problemi di tossicodipendenza. Dopo che la giovanissima mamma è morta di parto – con la gravidanza portata avanti all’insaputa dei genitori – per problemi cardiaci congeniti (sic!), la nipotina è stata affidata ai nonni materni. Che Kevin Costner ce l’abbia con il mondo intero è, a questo punto, abbastanza comprensibile. I guai però non sono finiti. Perché la famiglia del padre della bimba, capitanata dall’agguerrita nonna interpretata da Octavia Spencer (The Help, 2011)) ne chiede l’affidamento per via del colore della pelle, accusando implicitamente il buon Elliot di razzismo.
Il regista Mike Binder, uno che in passato aveva dimostrato una buona propensione a far convivere brillantemente serietà di contenuti e intrattenimento puro – suoi i rimarchevoli Litigi d’amore (2005) e Reign Over Me (2007) – stavolta si adagia in modo abbastanza pedissequo sull’aspetto più banalmente commerciale, confezionando un film con solo qualche soprassalto di sincerità su una materia per l’appunto sempre scottante. Black or White avrebbe avuto tutte le potenzialità per fornire una sorta di termometro razziale della società statunitense, di un fuoco che cova sotto la cenere del politically correct; invece si è deciso di puntare quasi esclusivamente sul recupero d’immagine dell’ex divo Kevin Costner – non a caso deus ex machina nonché produttore del film – su cui praticamente viene puntata la macchina da presa dall’inizio alla fine. Piange, ride, si ubriaca, riempie d’affetto la nipotina, litiga con il cognato e la famiglia di lui, assume un insegnante – autista privato anche lui di colore e mantiene un tenore di vita altissimo senza lavorare per mesi, ancora traumatizzato dalla scomparsa della moglie. Purtroppo tutto questo non è sufficiente a risollevarne una carriera che sembrava senza limiti dopo la pioggia di Oscar ottenuta con Balla coi lupi (1990). Ad ascesa rapida corrisponde spesso repentina discesa. E la gloria forse eccessiva ottenuta con quel film è stata dilapidata in modo troppo rapido dal bel Kevin.
Comunque sia Black or White, presentato Fuori Concorso nella sezione autonoma destinata ai ragazzi (per il “messaggio” di pacificazione o per l’alto tasso di zucchero?) “Alice nella Città” del Festival Internazionale del Film di Roma 2014, soddisferà i palati più disponibili ad accontentarsi di un film del tutto obbediente alle regole non scritte dell’entertaining made in USA. Solamente un colpo d’ala in tribunale, evidentemente luogo deputato allo scioglimento dei nodi – anche il già citato Reign Over Me si concludeva lì – del cinema di Binder, quando Elliot, interrogato dall’avvocato di colore (e di famiglia) della parte avversa, esprime un giudizio tagliente sul modo in cui quelli come lui, benestante W.A.S.P., vedono gli afroamericani. Per il resto nessun bookmaker con un minimo di sale in zucca accetterebbe scommesse su un lieto fine a tarallucci e vino, dove bianchi e neri si comprendono, si rispettano e si abbracciano. Basta volerlo, in fondo. Che Black or White ambisca ad essere un racconto ambientato in un futuro prossimo distopico e nessuno lo abbia capito?

Daniele De Angelis

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