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Bad Girl

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VOTO: 8,5

Cosa c’è di sbagliato in lei?

La maggior parte delle arene estive, almeno a Roma, si limitano a riproporre un pur apprezzabile compendio della stagione cinematografica in corso. Poi per fortuna ci sono anche spazi che programmano qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. Uno di questi si trova a Torpignattara ed è il Parco Giordano Sangalli, che ospita il Karawan Fest, un festival davvero incredibile giunto col piglio giusto e in totale spensieratezza alla XIII edizione. Assai diversificate le proposte andate in scena tra il 9 e il 16 luglio. Vi abbiamo recuperato ad esempio Successor di Yan Fei e Damo Peng, spiazzante e a tratti geniale commedia che avevamo “bucato” al friulano Far East Film Festival. Ancor più succulenta la programmazione serale di martedì 15 luglio: preceduto dal folgorante Greendr di Luca Taiuti, corto che adopera la giusta leggerezza per ironizzare tanto sulle nuove tendenze ambientaliste che sui siti di incontri, è stato infatti proiettato Bad Girl, in anteprima non soltanto per Roma ma a livello nazionale. E a tal punto il lungometraggio d’esordio della giovane regista indiana Varsha Bharath ha saputo incantare il pubblico capitolino, da meritare poi un Audience Award Feature Film sulla cui assegnazione, ipotizziamo, può aver influito anche l’esito confortante e positivo della “chiacchierata a distanza” con la regista al termine della proiezione.

In ogni caso, Bad Girl è un esordio coi fiocchi. Mostra inoltre un taglio differente, sia a livello formale che di tematiche giovanili esplorate con un certo acume, rispetto a quel cinema di “Bollywood & dintorni” che pure amiamo, ben rappresentato a sua volta da film come la frizzante commedia horror Sardaar Ji 3, di recente uscita, che sembra fare addirittura il verso agli occidentali Ghostbusters. Per quanto concerne invece la preziosa opera cinematografica di Varsha Bharath, trattasi di un serratissimo coming of age girato in lingua Tamil che accompagna la protagonista Ramya (una deliziosa, magnetica, energica Anjali Sivaraman) dall’adolescenza all’età adulta, attraverso un costante susseguirsi di sfide al contesto sociale di provenienza, affrontate però più per una personale ricerca della felicità che per spirito di contraddizione. La libertà sessuale teorizzata, inseguita e solo parzialmente raggiunta da Ramya rappresenta comunque un perentorio scacco alla cultura tradizionale indiana, messa così in crisi nei suoi fondamenti religiosi più conformisti, in certi obblighi famigliari e nell’altrettanto ipocrita ordinamento scolastico. La voglia di vita vera della protagonista travolge tutto, anche se i più convinti custodi di tali valori, a parte dai genitori e da una nonna terribile, faranno di tutto per recintarne le pulsioni. Lasciandola a volte interiormente ammaccata.

La conquista del proprio posto nel mondo è però anche una conquista spaziale. La scelta del 4:3 quale formato iniziale, formato destinato poi ad allargarsi man mano che gli orizzonti stessi della ragazza si allargano, rappresenta ottimamente la volontà di evadere dai ruoli prestabiliti, nel nome di una emancipazione femminile che in India ancora arranca, talvolta anche per le resistenze di donne appartenenti ad altre generazioni (vedi la nonna poc’anzi citata) e votate a fare da gendarme, di fronte a quelle più libere. Tuttavia, la parte finale del film conduce Ramya verso un possibile equilibrio, maturato anche da qualche delusione amorosa, armonizzato poi dalla presenza dei gatti in una casa dove poter respirare finalmente un po’ di libertà.
Nota a margine: se Bad Girl si sottrae a certi “obblighi” del cinema indiano più commerciale, vedi i coloratissimi balletti di Bollywood, la musica recupera comunque un ruolo importante, sebbene facendo da contrappunto in modo concitato e a tratti un po’ straniante a scene che persino nella colonna sonora tendono a sottrarsi alle regole, assecondando così un montaggio non meno frizzante, arioso, distante in ciò dai più scontati e risaputi schemi narrativi.

Stefano Coccia

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