Arrivederci domani

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8.0 Awesome
  • voto 8

La libertà a Danzica

Da qualche tempo a questa parte l’Istituto Polacco di Roma si sta distinguendo per il suo dinamismo, che lo ha portato ad organizzare diversi appuntamenti cinematografici di notevole interesse. Tra questi anche gli eventi di Corso Polonia, festival della cultura polacca giunto alla diciassettesima edizione che, a livello cinefilo, ci ha regalato autentiche chicche. La proiezione cui abbiamo voluto essere presenti a tutti i costi è quella di un film forse poco visto in Italia: Arrivederci domani di Janusz Morgenstern, in programma al Cinema Farnese la sera del 12 giugno. Introdotto in sala da Lorenzo Costantino dell’Istituto Polacco di Roma, bravo a far emergere non soltanto i tratti specifici dell’opera ma anche la cornice ambientale in cui venne girata, questo film apparentemente così etereo e spensierato rappresentò in realtà una frattura non trascurabile nella storia del cinema polacco, in quanto carico di quelle suggestioni diegetiche e visive della Nouvelle Vague fino ad allora estranee a tale contesto.

Si respira realmente un’aria di libertà in Arrivederci domani. La libertà a Danzica. E questo potrebbe suonare come una possibile anomalia, per un pubblico straniero abituato a identificare Danzica solo come la città dei cantieri navali e delle successive azioni di Solidarność. In realtà nel Dopoguerra la storica città portuale si stava imponendo come centro culturale vivissimo: lo dimostrano anche, nel film, le vicissitudini della piccola compagnia teatrale, messe in scena dal regista con leggiadra creatività. A partire proprio dall’incipit, con quel poetico intrecciarsi di “mani” sopra una linea, straniante trovata che pare quasi alludere alla ricerca di uno spazio personale da parte dei personaggi di questo arioso, anche se a tratti struggente racconto.
Del resto Janusz Morgenstern era arrivato all’esordio, nel 196o, con una formazione registica di tutto rispetto: lo dimostra l’essere stato assistente di Andrzej Wajda su set importanti, come quelli di Cenere e diamanti (1958) e I dannati di Varsavia (1957). Ebbene, dal grande Maestro del cinema polacco pare abbia rubato subito la capacità di gestire movimenti di macchina fluidi, complessi, ma di certo non la magniloquenza. La tendenza cioè a sviluppare quei temi serissimi e di grande pregnanza storica che all’epoca andavano per la maggiore. Il debutto alla regia di Janusz Morgenstern, regista scomparso nel 2011, si configura invece quale inno all’amor fou e allo spleen (post)adolescenziale, con punte di ribellismo (vedi ad esempio la scena della cattedrale, con la giovane coppia stigmatizzata da alcuni anziani) e di introspezione, alquanto innovative, rispetto all’ortodossia di quegli anni. Epicentro della narrazione è il romantico ma effimero incontro tra uno studente polacco e la figlia di un diplomatico straniero nel periodo delle vacanze estive, in una Danzica esplorata in lungo e in largo dalla macchina da presa.
Oltre ai toni così inusuali del racconto, da segnalare alcune presenze “seminali” nel cast artistico e tecnico. All’interno della piccola brigata di ragazzi intenti a bighellonare per la città, giocare a tennis, mettere su spettacoli e ballare nei club, vi è ad esempio un giovanissimo e istrionico Roman Polański. Musica invece della leggenda del jazz polacco Krzysztof Komeda, che sarà poi autore delle colonne sonore di tanti altri film diretti dallo stesso Polanski.

Stefano Coccia

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