Apertura della Villa/Museo Alberto Sordi

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Inside Albertone

Lo scorso 16 settembre ha segnato l’apertura al pubblico della residenza di Alberto Sordi a Roma. Finalmente! Non troviamo altra parola per chi, come tanti romani, ha ora la possibilità, grazie alla mostra inaugurale: Il Centenario. Alberto Sordi 1920 – 2020, di varcarne la soglia e immergesi nella abitazione di colui che per la Città Eterna non è stato un semplice attore, nonché regista sistematicamente sottostimato dalla critica militante, bensì un “mito moderno”, malgrado Albertone (così veniva chiamato dai suoi ammiratori) col progresso andasse poco in sintonia: per rendersene conto, è sufficiente vedere le pellicole da lui dirette in prima persona. Tuttavia, la questione di un “Sordi antimoderno” necessiterebbe di un volume a sé, proponendo una operazione editoriale quanto mai lungimirante. In questa sede, ci concentreremo invece sul racconto della sua Villa, per mezzo del quale è possibile far rivivere la lunga carriera dell’attore e, allo stesso tempo, scoprire il “Sordi privato”, attraverso oggetti, immagini, video, abiti, curiosità e documenti.
In effetti, questa Villa Museo è davvero piena di opere d’arte di diverso tipo; dai curiosi bibelot, a un mobilio assai variegato, una ampia, cronologicamente e tipologicamente, raccolta di quadri, sino alle cose ricollegabili alla quotidianità sordiana. Un aspetto di cui è importante avvedersi, è che per l’attore e cineasta romano, il “pubblico” e il “privato” non coincidevano: quando egli rientrava a casa dalle numerose ore spese sul set, Sordi lasciava il mondo fuori dalla porta e quei pochi fortunati che avevano accesso alla sua abitazione, incontravano l’uomo e non il divo di successo. La Villa sarà anche la sede dell’archivio personale di Alberto Sordi (temporaneamente trasferito in deposito presso il Centro Sperimentale di Cinematografia a Cinecittà, dove è stato catalogato e sottoposto a restauro), da lui organizzato nel corso di tutta la sua vita. La documentazione archivistica, cartacea e filmica (quest’ultima particolarmente imponente, essendo costituita da oltre 5.500 pellicole), è intesa come un nucleo iniziale, poiché l’Archivio è destinato in futuro a ospitare i lasciti di altri interpreti e registi, costituendo in tal guisa un luogo di ricerca sul cinema italiano del ‘900.

Desideriamo ora aprire una piccola parentesi polemica. Forse alcuni ricordano la infelice battuta che Nanni Moretti rivolge proprio alla figura di Sordi in Ecce bombo (1978). La storia della Settima Arte ci dimostra quanto sia stata dozzinale tale uscita, faziosa e arrogante. Il tutto per dire che la cinematografia di Sordi andrebbe studiata con la dovuta serietà, giacché va al di là dall’essere mera comicità, avendo sistematicamente accompagnato e tracciato le evoluzioni e cambiamenti dell’Italia, non tralasciando mai di fornire inoltre una propria opinione e chiave di lettura.

L’armonia e ricchezza della casa di Sordi
Tornando a parlare della Villa, questa è immersa nel verde, in piazzale Numa Pompilio, vicino alle Terme di Caracalla. Originariamente era appartenuta a Alessandro Pavolini, Segretario Particolare di Mussolini. L’Edificio è in sé un gioiellino, frutto della maestria di Clemente Busiri Vici (1887 – 1965), valente architetto vicino alla allora imperante corrente razionalista, che lo progettò tra il 1928 e il 1929. Nella primavera del 1954, quasi per caso, Sordi notò questa raffinata residenza, e fu un colpo di fulmine; decise di farla immediatamente sua, acquistandola in contanti il 20 maggio, pagando una cifra per il tempo ragguardevole: dieci milioni di lire, sottraendola all’amico Vittorio De Sica, il quale non riuscì a competere con l’offerta dell’attore, visto che la sera prima aveva perso dei soldi in un casinò. Non tutti sanno infatti che il sommo regista italiano era affetto da una lieve forma di Ludopatia.

La Villa si contraddistingue per una armoniosa articolazione spaziale concepita in base alla conformazione del terreno in declivio, rendendo possibile di godere appieno della magnifica panoramica circostante, in un dialogo tra interni ed esterni, nel segno della Bellezza. Del resto, Sordi aveva uno spiccato senso estetico e una fascinazione per l’Antichità, da ragazzino sognava di fare l’antiquario, e questa casa è lo specchio di tale passione. La raccolta è abbastanza eclettica, con qualche opera di rilievo, pensiamo alle tre tele di Giorgio De Chirico (Cavalieri nel paesaggio, Ettore e Andromaca e il Trovatore), comperate direttamente dal pittore, come pure alcuni dipinti dei maestri del passato, segnatamente il paesaggista francese Claude-Joseph Vernet (1714 – 1789). Ai quadri, si affiancano sculture e oggetti d’arte e un mobilio che alterna pezzi classici e moderni. Pertanto, i requisiti per essere un “museo”, magari non prezioso, ci sono, specie se si tiene in considerazione il gran numero di cimeli qui presenti afferenti al mondo dello spettacolo.

Il percorso espositivo inizia dall’Ingresso, ove sono esposti i progetti originali di Busiri Vici. Subito dopo, si giunge a quello che è indubbiamente l’ambiente di maggiore impatto, il Teatro che Sordi fece costruire per rappresentazioni private o proiezioni di film per pochi sodali. Qui viene fuori quella grandeur personale che l’attore in pubblico tentava di celare, laddove nella vita privata questa gli “era necessaria”, per dirla con D’Annunzio. Trattasi di una pregevole opera architettonica, sobria, ma con un tocco di bizzarria per quanto concerne il soffitto, decorato da rilievi in stucco a forma di pellicola cinematografica. La sala è abbellita da una serie di sette sculture in ceramica, commissionate ad Andrea Spadini, posizionate in altrettante nicchie poste alle pareti, mentre sullo sfondo si trova il palco, sul quale troneggia il telone a firma dell’artista futurista Gino Severini. Nel Teatro, come in una sorta di presentazione generale, principalmente tramite un cospicuo numero di fotografie, si racconta la vita familiare del Sordi bambino prima e adolescente poi: toccanti sono gli scatti che lo vedono assieme alle adorate sorelle (Aurelia e Savina). A dimostrazione di come la carriera di questo straordinario protagonista della nostra Settima Arte abbia accompagnato la storia della Nazione, è esposta una sua foto in divisa da Balilla, nel gesto di fare il saluto romano. Il Teatro è l’unico luogo di tutta la Villa che – per le scontate esigenze richieste da una sala cinematografica – non beneficia di quella luminosità dovuta al gran numero di finestre sparse un po’ ovunque all’interno della casa e che la irradiano. A tal proposito, il suggerimento è di visitarla in una giornata soleggiata.

Al Piano Superiore, si potranno ammirare le “stanze private” di Sordi, in primis lo Studio, allestito così come lo aveva lasciato, dove ripassava le parti, elaborava i film e riceveva i colleghi, senza fargli mancare una cordiale accoglienza, suggellata puntualmente a pranzo con un piatto di fettuccine. Quello che è passato alla storia nelle vesti dell’“Americano de Roma”, Santi Bailor (al secolo Nando Mericoni), era al contrario profondamente italiano, e ancor di più romano: in uno dei video proiettati nella mostra, alla domanda sul dovendo viaggiare, quale destinazione consiglierebbe, secca è la sua replica: “A Roma; dove altro devi anna’!”. La zona prettamente abitativa si connota per degli spazi arredati in modo formale, a eccezione di una singolare Barberia personale, anche essa colma di oggetti di ogni tipo. Il dato museologico che emerge dalla visita alla Villa è che Sordi era a modo suo un collezionista. Ciò, a pensarci bene, è un caso quasi unico, visto che gli attori hanno sovente personalità volatili e poco inclini alla attenzione e meticolosità indispensabili per creare una raccolta privata.

Ripercorrendo l’artista e l’uomo
All’esterno, vi è un grazioso e silente giardino articolato su più livelli, nel quale sono state approntate in modo provvisorio fino al 21 gennaio (data termine di questa rassegna inaugurale) due tensostrutture. Nella prima – sotto cui in origine si trovava una piscina – sono di particolare interesse i manoscritti autografi di copioni per la radio e delle locandine a ricordo di quando Sordi fece da cronista per l’edizione del 1950 del Giro d’Italia. Sempre per quanto attiene alle sue iniziali esperienze radiofoniche, troppo spesso dimenticate, vengono riprodotti gli audio di esilaranti sketch delle sue macchiette umoristiche Mario Pio e il Conte Claro.
La seconda tensostruttura è suddivisa in sezioni tematiche. Una sul “Sordi segreto”, con foto e materiale inedito, enfatizzando e chiarendo, una volta per tutte, come egli non fosse un avaro; anzi, si è frequentemente distinto per essere un benefattore verso gli anziani e le scuole. Un’altra ne tratteggia un affresco sentimentale, si pensi al suo affetto per gli animali, con i cani testa. Come viene pure raccontato il rapporto con le donne, che comunque Sordi sapeva con rara eleganza e intelligenza tenere lontano dalle cronache mondane. Bisognerebbe riflettere su tale aspetto della sua vita: una celebrità del suo livello, che non aveva piacere nello sbandierare la ricchezza o le conquiste romantiche. Una misura, dunque, che gli ha permesso di andare oltre l’essere attore e regista, e di cui questa casa, ripetiamo degna di qualifica museale, ne è la prova concreta.

Il dovuto omaggio di Roma a Sordi
L’apertura della Villa si attesta come il riconoscimento nei riguardi di un artista che nella sua lunga attività ha sostanzialmente confezionato il ritratto di un intero Popolo. Dagli anni a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, passando per il sin troppo osannato Boom del ’60 (messo a nudo nella sua immoralità ne Il sorpasso [1962] da quell’immenso cineasta che fu Dino Risi), proseguendo con gli anni ‘70, stigmatizzati nelle pellicole sordiane per la degenerazione dei valori tradizionali; cosa che fece parimenti nel caso della vacuità culturale pop degli ‘80, con l’avvento delle TV private e del Berlusconismo. Tutto questo si palesa nettamente nella cinematografia di Alberto Sordi.

A 100 anni dalla nascita e 17 dalla morte, Roma tributa il giusto riconoscimento a un suo cittadino illustre, e lo fa nel migliore dei modi – non certo per merito del Comune, ma per iniziativa della Fondazione voluta dallo stesso attore, è d’uopo sottolinearlo – aprendo ai visitatori quella casa che per Sordi è stata sia una dimora che un “rifugio”. Lui si sentiva del suo pubblico, e non potrebbe che essere felice nel venire ricordato e ammirato non da quei prezzolati cinéphile che lo hanno sempre denigrato, ma dalla gente!

In via Druso 45 batte uno degli innumerevoli “cuori” dell’Urbe. Una costruzione architettonicamente bella; eppure non è questo che conta. Nella luminosa Villa, tra quadri, mobili e innumerevoli cimeli, pulsano ancora il gusto e l’esistenza di un Grande Italiano. Ci è stato restituito un Sordi speciale, filantropo, amante della Natura e delle belle donne, e collezionista d’arte. Lo si potrebbe onestamente definire un “uomo di altri tempi” e che ci sogniamo di avere, in una epoca di comparse, per riprendere un termine tipico dello spettacolo, come quella attuale. Dotato di incredibili e poliedriche capacità professionali maturate in sessanta anni di carriera: doppiatore, cantante, giornalista dilettante, attore, sceneggiatore, regista; così è doveroso giudicare Alberto Sordi, con rispetto. Nel luglio 2015, la Villa è stata vincolata dal Comune, entrando de iure nel patrimonio storico della città. Meglio tardi che mai, ovvio. Ci si augura solo che questa tanto agognata celebrazione di un sublime interprete delle magagne della modernità italiana possa essere un segnale contro quella visione proterva del cinema che troppo a lungo ha contaminato la esegesi della Settima Arte. Per intenderci, vale la pena rammentare come al geniale e caustico Alfred Hitchcock, durante una intervista concessa a una altezzosa giornalista adepta della Nouvelle Vague, venne chiesto: “Maestro, ma è vero che nei suoi film lei vende ‘pezzi di vita’ (tranche de vie)?”. Risposta: “No, io vendo pezzi di torta”. Albertone sarebbe stato sicuramente d’accordo, chiosando con la sua proverbiale risata.

Riccardo Rosati

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