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All of a Sudden

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VOTO: 8

Da vicino nessuno è normale

Non siamo in Giappone: lo si capisce dalla prima inquadratura di All of a Sudden (Soudain), l’ultima opera di Ryūsuke Hamaguchi in concorso al Festival di Cannes 2026. L’immagine iniziale di un muro con un’insegna denuncia l’ambientazione europea del film, francese e parigina per la precisione.
Eppure, il regista racconta una storia originariamente solo giapponese, basata sul carteggio ventennale di due intellettuali, la filosofa Makiko Miyano e l’antropologa medica Maho Isono. Uno scambio epistolare raccolto in un volume, pieno di riflessioni sull’esistenza e sulla morte, avendo vissuto, la prima, l’ultima parte della sua vita minata da diverse forme tumorali in fase di metastasi. La donna poi è mancata proprio due settimane dopo aver ultimato la prefazione del libro. La figura della seconda viene trasposta, nel film, in quella della francese Marie-Lou, direttrice della casa di riposo Humanitude, nella periferia di Parigi. Già il nome dell’istituto richiama ai valori compassionevoli e di rispetto per i suoi ospiti, minati però dall’esigenza di far quadrare i conti. La direttrice decide per esempio di mettere in affitto parte delle camere dell’edificio al personale, detraendo le spese dallo stipendio. La sua figura è al centro dei malumori nell’ambito della rivalità tra il personale infermieristico e i caregiver, che accusano la direttrice di privilegiare i primi.
Tutta questa prima parte è condotta dal regista giapponese come fosse un, finto, documentario osservazionale. Le assemblee, le riunioni, il lavoro quotidiano che si svolge in quell’istituto: sembra di essere in un film di Wiseman ancorché è evidente il carattere finzionale di ciò che stiamo vedendo, a partire dal linguaggio, le inquadrature, i campi controcampi. Le fotografie, i quadri sospesi, in bianco e nero, enunciano le vite passate, alcune gloriose come quella di una pilota, dei degenti di quell’istituto di cura, ora in fase senile avanzata, simulacri di quello che sono stati nella vita da giovane.
Il film prende una nuova direzione quando Marie-Lou incontra per strada un ragazzo giapponese disabile e una donna che lo sta seguendo. Lei si rivela Mari, il corrispettivo di Makiko Miyano, un’autrice teatrale, e la invita al proprio spettacolo, con un titolo italiano: Da vicino nessuno è normale, riprendendo la celebre massima di Franco Basaglia. Si tratta di uno spettacolo, di un regista giapponese, che definiremmo di teatro sociale, vicino ai lavori di Pippo Delbono, in uno spazio vuoto alla Peter Brook, in una scena spoglia, dove si mette in scena la disabilità. Al pubblico vengono dati degli strumenti musicali per commentare lo spettacolo rompendo la quarta parete, sempre più dalle parti di Peter Brook. Lo spettacolo è giapponese, nel Q&A alla fine si parla francese, ma Marie-Lou fa una domanda in giapponese cui segue una risposta nella stessa lingua. Il regista non crede sia il caso di tradurre in francese. Per esprimere emozioni il modo migliore è usare la madrelingua. Dopo Drive My Car torna il teatro nel cinema di Hamaguchi, come spazio aperto, come linguaggio universale, come ponte culturale, come energia scenica intellegibile dagli spettatori di qualsiasi nazionalità. E lo spettacolo teatrale ribalta la narrazione del film nel seguire il rapporto d’amicizia instauratosi tra Marie-Lou e Mari la quale si rivela, proprio come il personaggio reale cui è ispirata, malata irreversibile di cancro. Le loro lunghe chiacchierate avvengono alternativamente in francese e giapponese.
La rappresentazione interna è ancora centrale in Hamaguchi, e riguarda non solo il teatro ma anche gli spettacolini che le due protagoniste, nella loro complicità in quella che diventa un’amicizia viscerale, fanno con gli amigurumi, i pupazzetti fatti con i ditali di maglia. Ma la messa in scena è anche quella dei lunghi dialoghi sopra i massimi sistemi, sulle connessioni tra il capitalismo consumistico, il suo declino, il sistema sanitario, la demografia e l’aspettativa di vita, il patriarcato e il marxismo, che fanno le due donne, ripresi dal libro. Ancora in Hamaguchi il movimento nello spazio diventa l’accompagnamento di conversazioni interminabili. Stavolta non è la macchina il veicolo, ma le passeggiate tra città e campagna. Lo spostamento non serve ad altro per il regista. E così vediamo le due amiche catapultate improvvisamente a Kyoto, senza un’inquadratura di raccordo per esempio di un aereo. E poi ritrasferirsi a Parigi ancora con un solo stacco. E questo in un trasferimento di pochi giorni, scanditi, come tutto il film, che mantiene una forma diaristica, dalle date. Soudain è un film che contempla l’alternarsi delle stagioni, nel lirismo di certi paesaggi di campagna che fanno pensare al cinema dello studio Ghibli. Non a caso una delle cose che hanno fatto innamorare Marie-Lou della cultura giapponese è proprio il film Pom Poko. Le stagioni, come è un cardine della cultura orientale, sono anche le stagioni della vita.
Nell’ultima parte del film, Mari si trasferisce con Marie-Lou nel suo istituto, dove inizia a praticare attività di teatrotearapia e danzaterapia basate sulla riflessologia plantare. Sono due le grandi coordinate su cui si muove All of a Sudden: da una parte questo universalismo dell’arte, questo flusso che connette due culture lontane, Giappone e Francia, Oriente e Occidente, attraverso l’arte, il teatro e il cinema. Marie-Lou si è innamorata della cultura giapponese con le stampe di ukiyo-e e il cinema di Miyazaki, Mari ricorda quando vedeva i film di Godard al cineclub, e mette in scena uno spettacolo teatrale ispirato alle teorie dell’italiano Basaglia. Il sincretismo non è solo artistico ma è anche nell’attenzione e alla dignità dei soggetti diversamente abili, gli anziani, i malati terminali, i malati di cancro, i malati di Alzheimer. Il dialogo interculturale e l’attenzione alla dignità delle persone diventano una forma di resistenza alla logica capitalistica, alla mercificazione dei rapporti sociali, che regola le relazioni umane nelle società contemporanee, europee e asiatiche.

Giampiero Raganelli

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