“Sento che questa volta sei tornata per restare”
Fin dai primi istanti di Forever Your Maternal Animal (Siempre seré tu animal materno) – in concorso Un Certain Regard al 79º Festival di Cannes — si ha la sensazione di aver chiuso gli occhi e di essere scivolati nel sogno di un’altra persona, pregno della purissima nostalgia tipica di un ricordo.
Siamo sulle tracce di Elsa, che ha messo in pausa i suoi studi in Belgio e la sua relazione per fare ritorno in Costa Rica e accertarsi delle condizioni della sorella. Amalia ha appena cambiato la serratura di casa e si rifiuta di far entrare la nuova donna delle pulizie, e Elsa dovrà fare i conti anche con il menefreghismo a riguardo dei genitori: la madre ostenta la riconquista della sua indipendenza, tra poesie erotiche e interventi estetici, e il padre è impegnato in una relazione con una giovane ragazza la cui unica qualità sembrano essere i tatuaggi. Questo il quadro iniziale di uno spaccato di vita talmente ricco da fare invidia a tanti racconti letterari. Per descrivere Amalia, è forse sufficiente dire che organizza rituali per tenere i fantasmi lontano dal suo appartamento, ma che al contempo non paga le bollette e si rifiuta di considerare le più basilari faccende domestiche una necessità.
Ma tratteggiare il secondo lungometraggio di Valentina Maurel a partire da avvenimenti precisi non è coerente con la sua idea narrazione: è la natura erratica delle giornate di Elsa a essere l’oggetto del desiderio della videocamera, che insegue discreta e al contempo insistentemente la ragazza mentre attraversa irrequieta la roboante San Jose, tentando invano di esorcizzare uno spaesamento che ha qualcosa di ancestrale, tipico di chi fa ritorno al nido materno per scoprire che non c’è più prospettiva di accudimento. Elsa tenta invano di sfuggire alla realizzazione che forse, tanto quanto Amalia, è lei stessa ad essere persa. Lo fa incontrando vecchie fiamme e accendendone di nuove, ma l’orgasmo è una chimera, sempre a un’immagine mentale di distanza. Questa reticenza a prendere consapevolezza è amplificata dalla necessità di ostentare indipendenza per convincere gli altri a fare affidamento su di lei. Elsa è compiaciuta della sua percepita maturità, ma al contempo terrorizzata di non poter credere alla sua stessa bugia.
Se essere adulti è pensare più agli altri che a se stessi, Elsa ha incontrovertibilmente raggiunto la maturità, ma essere adulti è anche sapersi prendere cura di se stessi, condizione che non coincide con il rincasare da un frigorifero che offre solo una mezza lattina di birra e una vecchia pizza rafferma. Il suo è l’istinto materno più puro di tutti: quello di sorella che eredita il testimone dai genitori, accettando di essere l’ultima ancora possibile di Amalia. Peccato che, alla soglia dei vent’anni e con un fidanzato che alleva cani di stazza pesante, Amalia non sia della stessa opinione. Impariamo presto che i personaggi tratteggiati da Maurel sono estremamente infiammabili, e si respira una sottile tensione in ogni dialogo: ecco che di colpo esplode il confronto, e la camera a mano attacca la conversazione da tutti i fronti, entrando in prossimità con i soggetti. A muovere i fili nell’ombra sono i sogni, premonitori di qualcosa che è già successo, o che sta per succedere. Amalia ha sognato una persona a lei cara morire, e lei, che prima di dormire sparge il sale sulla soglia delle porte per bloccare il passaggio agli spiriti, ai sogni ci crede. È quindi in lutto prematuro per Dora, l’anziana signora che le faceva da babysitter prima di non esserne più in grado. Vediamo Amalia comprare a Dora dei girasoli e un assortimento di snack, mostrandosi per la prima volta premurosa verso qualcuno, e scopriamo un lato di lei simile a quello che spinge Elsa a non abbandonarla. “Sento che questa volta sei tornata per restare”. Forse Amalia non è pazza, e ciò che resta assomiglia pericolosamente alla paura, debilitante al pari di qualsiasi condizione psichiatrica.
È quasi sorprendente come ogni dettaglio di questo film erratico e quasi frammentato, nonostante la struttura lineare, non sia superfluo, ma venga anzi ripreso e ricontestualizzato da interazioni successive. I personaggi abitano la pellicola e ci appaiono reali, acquisendo profondità mano a mano che questo racconto diventa sempre più intimo. Forever Your Maternal Animal è anche un film che vive di istinti carnali e suggestioni. Sedie vuote filmate in modo che suggeriscano la presenza di un fantasma, autoerotismo, abbracci catartici in mezzo alla strada. Germoglia la pericolosa sensazione di essere sul punto di transizionare bruscamente in un racconto di Mariana Enriquez, non fosse che un film così fedele alla realtà dei suoi personaggi non può permettersi il lusso di diventare una storia di fantasmi.
Valentina Maurel aveva debuttato a Locarno con I Have Electric Dreams, e si è conquistata un posto a Cannes mantenendo la sua forma inalterata, perfezionando i meccanismi di sottrazione alla base dei suoi distillati autobiografici. Come suggerisce il titolo — non casuale — del libro di poesie scritto dalla madre di Elsa, Forever Your Maternal Animal è una “grammatica di corpi” che non finiranno mai di scoprirsi, deludersi e allontanarsi. Manca solo il grande colpo emotivo capace di conquistare definitivamente lo spettatore, lasciando al suo posto una forma di rispetto trattenuto, simile alla frustrante sensazione di non riuscire a piangere quando ne si sente il bisogno. “Qual è l’ultimo sogno che ti ricordi?”. La nostra risposta, attualmente, coincide con questo film.
Alessio Vinciguerra








