Cartoline dalla Corsica in rivolta
Il legame di Thierry De Peretti con la sua Corsica ci è noto da tempo. E se qualche anno fa Una vita violenta ci aveva colpito per quell’approccio crudo, disincantato, a una determinata realtà socio-politica, tale amarezza di fondo assume toni persino più lividi e crepuscolari in À son image – Ritratto di una fotografa: film incredibilmente maturo sia a livello diegetico che per una così sapiente elaborazione formale, tesa a investigare il valore stesso dell’immagine, della testimonianza visiva. Atipica protagonista – poiché il prologo ce la mostra andare già incontro a un incidente mortale, mentre sarà un lunghissimo flashback a condensare le fasi salienti della sua vita, dall’adolescenza all’età adulta – di un altrettanto anomalo racconto generazionale è Antonia, giovane fotografa cui i compiti assegnati da un giornale locale vanno decisamente stretti, visto che lei vorrebbe testimoniare anche gli aspetti più controversi e problematici dell’isola tanto instabilmente legata alla Francia. Laddove le battaglie dell’indipendentismo corso, specie qualche decennio fa, finivano per caratterizzare in vario modo tanto l’immaginario che la quotidianità stessa di tale territorio.
Già questi sarebbero motivi più che sufficienti ad attirare un pubblico animato da sincera curiosità. Del resto anche chi scrive, stimolato dal tema in questione e dai ricordi di un ormai datato ma intenso viaggio in Corsica, è andato praticamente subito a recuperare il film in una delle poche sale che a Roma lo programmavano, il Delle Provincie. Mentre oggi 16 settembre (ore 19.05) un altro appuntamento è previsto al Farnese, cinema parimenti votato alla difesa di opere e di cinematografie poco considerate dal mainstream.
Tali possibilità ve le segnaliamo volentieri (nella speranza che occasioni analoghe abbiano luogo anche in altre parti d’Italia) perché un lungometraggio come À son image, se ci si lascia appassionare, sprigiona un magnetismo raro, palpabile nelle pieghe e nei risvolti più intimi di un’insolita biografia come pure nell’esplorazione di un contesto sociale così distante dal nostro. La crescita di Antonia (un’incantevole e combattiva Clara-Maria Laredo) risulta infatti accompagnata dalla prossimità (di natura anche sentimentale) con vite segnate nel bene e nel male dall’indipendentismo corso: le sue amicizie e soprattutto i suoi amori portano difatti il timbro di quel clima, talora violento, di resistenza culturale (e finanche armata), che nel tumultuoso periodo compreso tra gli anni ’80 e l’inizio del nuovo secolo vedrà accavallarsi di continuo passioni, azioni scriteriate, generosi sacrifici. momenti di disillusione; volendo anche critiche severe: strepitosi in tal senso quei sostanziali (e persino buffi) monologhi rappresentati dalle interminabili ramanzine del padre ad Antonia, rimproveri dettati ovviamente dalla preoccupazione che fidanzatini ed amici d’infanzia della figlia possano trascinarla a lungo andare in situazioni pericolose o a livello giudiziario o per la propria stessa incolumità.
A marcare più in profondità il discorso politico sono comunque le immagini e la musica. Soprattutto quest’ultima si fa scudo di uno dei più affascinanti repertori di canzoni di lotta del continente, con il coinvolgimento diretto nelle riprese di una band storica come i Chjami Aghjalesi, tra le (ri)scoperte più esaltanti per chi ama il genere assieme magari a Canta u populu corsu e ai Muvrini, i più esportabili (ed esportati) del lotto. Per quanto poi la colonna sonora non resti ancorata alla tradizione locale ma esplori diverse altre sonorità, anche punk, mentre l’asse diegetico pur facendo perno sulla Corsica si concede emblematiche trasferte nella Francia “continentale” come pure in quei territori dell’ex Jugoslavia insanguinati durante gli anni ’90 da feroci conflitti etnici.
Cangiante e profondo anche il discorso sull’elemento fotografico, foriero di una rilettura non banale dell’assetto socio-culturale dell’isola, per il quale Thierry De Peretti in un’intervista (cui affideremo ora la chiosa della nostra concisa disamina) chiama direttamente in causa il retaggio di “À son image”, l’omonimo romanzo di Jérôme Ferrari al quale il film liberamente si ispira: “Jérôme Ferrari riesce a ridefinire attraverso i suoi romanzi l’immaginario di questo territorio che è la Corsica e che è anche il mio. In À son image, genera un’emozione che riconosco subito, e che proviene dalle profondità della nostra cultura, della nostra società, e lo fa respingendo ogni forma di folclore o esotismo alla Maupassant o alla Mérimée. Crea un contrasto tra il percorso di questa fotografa e momenti importanti della storia politica recente; in lui vedo la forza di storie potenti, intense e piuttosto violente che mi hanno scosso, come quelle di Leonardo Sciascia o Mario Vargas Llosa, per esempio.”
Sono lampi, per inciso, che nel film abbiamo percepito anche noi.
Stefano Coccia









