Tra thriller ed affresco sociale, un ritratto crudo della borghesia e della Russia contemporanea
Vincitore del Grand Prix al 79° Festival di Cannes, Minotaur di Andrey Zviagintsev è stato presentato nella sezione Best of 2026 della 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma, prima dell’uscita nelle sale nostrane il 29 ottobre 2026 con BIM Distribuzione. Nel remake del celebre film del 1969, Una moglie infedele (La Femme infidèle) del regista francese Claude Chabrol, Zvjagincev traspone la sceneggiatura nella Russia contemporanea, sfumando un po’ i tratti del noir originale per dare spazio ad un substrato squisitamente politico.
Ambientato in una città di provincia, Minotaur vede al centro della storia il triangolo tra Gleb (Dmitriy Mazurov), un dirigente di successo, la bella moglie Galina (Iris Lebedeva) e l’amante di lei, il fotografo Anton (Yuriy Zavalnyouk); tuttavia Zviagintsev utilizza il microcosmo in cui si muove Gleb (la famiglia, l’azienda) per volgere uno sguardo all’esterno, con l’inizio della guerra con l’Ucraina che scuote una realtà apparentemente tranquilla e fa sentire i suoi contraccolpi finanche nell’attività aziendale. Il Minotauro, metà uomo metà toro, è la metafora di un uomo che scopre in sé un aspetto bestiale, precipitando verso una spirale di violenza inattesa e senza scampo: è il destino di Gleb, pressato sul lavoro dalle prime conseguenze della guerra (dipendenti che scompaiono, altri da mandare forzatamente al fronte), che vede il suo mondo crollare definitivamente quando scopre il tradimento di sua moglie con il giovane fotografo e l’istinto prendere il sopravvento.
Il regista, autore dei premiati Elena, Leviathan e Loveless, parte dalla descrizione di un nucleo familiare di buona borghesia per evidenziarne tanto i tratti d’ipocrisia e falsità quanto le dinamiche di potere che intorbidano ogni rapporto, in un ritratto duro e tesissimo che fa da contraltare ad una situazione politica che esacerba gli animi, costringendo a scelte coscientemente impossibili e moralmente discutibili ma ineluttabili. La costruzione della storia si impernia su una sceneggiatura precisa e puntuale, perno su cui ruotano la fotografia, la musica, il montaggio, la scelta delle location e l’interpretazione del cast, in un incastro pressoché perfetto che ben rende l’atmosfera noir e i tratti del thriller del plot, dipingendo al contempo un affresco sociale più contemporaneo.
Si potrebbe forse discutere su quanto alcune scelte di tipo politico siano fondate su una interpretazione a senso unico della storia e risultino a tratti ridondanti, così come la condanna implicita della coscrizione coatta riguardi la Russia tanto quanto l’Ucraina ed ogni altro paese che entri in guerra; tuttavia lo sguardo di Zviagintsev sulla Russia di oggi è limpido e lineare, e le sue scelte estetiche raccontano visivamente la società moderna ed il ceto borghese benestante con occhio distante (dal 2022 il regista vive in esilio a Parigi) ma lucido e sottilmente critico. L’unico rammarico è che l’immersione nella contemporaneità russa appanna in parte l’elemento noir ed il significato morale dell’originale a favore di una propaganda politica sulla guerra.
Michela Aloisi









