Note maledette
Con The Nameless Ballad, in uscita nelle sale italiane con Filmclub Distribuzione a partire dal 5 novembre 2026 dopo i passaggi nelle prestigiose vetrine del Tubi FrightFest di Londra e del Ravenna Nightmare Film Fest, Federico Zampaglione porta sul grande schermo un nuovo perturbante horror, genere che nelle sue diverse espressioni il cantautore e musicista capitolino ha iniziato a frequentare assiduamente da regista sin dal 2009, anno della sua seconda prova dietro la macchina da presa con Shadow. Un genere, questo, che rappresenta senza dubbio il suo linguaggio cinematografico prediletto, esplorato senza inseguire mai le mode del momento, in maniera personale, facendo suoi e rielaborando riferimenti, immaginari e suggestioni provenienti dal passato. Delle sei pellicole dirette sino ad oggi, fatta eccezione per le incursioni in altri territori con Nero bifamiliare e Morrison che non hanno sortito gli effetti desiderati, quattro sono infatti appartenenti alla famiglia allargata del cinema orrorifico.
In The Nameless Ballad, Zampaglione si avventura, con risultati più che convincenti, nel prolifico e sfaccettato filone delle ghost house, dando forma e sostanza narrativa e drammaturgica a un film che attinge agli stilemi e alle regole d’ingaggio classiche del sottogenere chiamato in causa, mescolandole con quelle del thriller e dell’horror psicologico. Per farlo si è fatto aiutare in fase di scrittura dalla penna sapiente di Barbara Baraldi, scrittrice e curatrice editoriale di Dylan Dog, con la quale hanno cucito i fili di un racconto che ci porta al seguito di Sam Gallo, musicista inglese di ventisette anni di origine italiana, che precipita in una devastante crisi creativa e nella dipendenza dai farmaci. Schiacciato dalle pressioni del proprio entourage, che pretende un nuovo successo, torna in Italia, nei luoghi della sua infanzia, nel disperato tentativo di ritrovare l’ispirazione perduta. Ma nella casa in cui sceglie di isolarsi, entra in contatto con oscure presenze che sembrano nutrirsi delle sue paure, della sua angoscia e del suo disperato bisogno di creare musica. Quella che credeva essere la sua ultima possibilità di rinascita si trasforma lentamente in un incubo, dove il confine tra realtà e soprannaturale diventa sempre più sottile…
La scrittura di The Nameless Ballad lavora efficacemente sui due piani su e intorno ai quali si regge e si sviluppa il plot, con passato e presente che mediante intersezioni e cortocircuiti spazio-temporali arrivano a sovrapporsi. L’architettura narrativa si dimostra solida, con il ritmo, le atmosfere, la tensione e il ricorso al jump-scare, che in fase di messa in quadro forniscono il giusto apporto. A questi si va ad aggiungere la violenza in una manifestazione consona e funzionale alla tipologia di storia e di racconto, con una temperatura decisamente più bassa per quanto concerne il l livello di efferatezza rispetto al già citato Shadow, a The Well e soprattutto a Tulpa – Perdizioni mortali. Stavolta Zampaglione decide di puntare meno su questo ingrediente, esercitando la pressione sulla timeline, i personaggi e di conseguenza sul fruitore mediante un’ottima costruzione della suspence. Il ché garantisce e restituisce un alto coefficiente di coinvolgimento da parte dello spettatore nei confronti di un’opera che parla senza termini e mezze misura di tematiche universali e dal peso specifico rilevante come l’ossessione e il senso di colpa, di come queste possono scavare e logorare dentro.
Per portare sullo schermo il tutto e per rimanere più aderente possibile ai canoni del genere di riferimento, l’autore non ha guardato come reference al cinema horror dei grandi maestri del passato, ai quali ha a più riprese strizzato l’occhio e reso omaggio tanto sul piano stilistico che cromatico (meritevole di una citazione la fotografia di Yuri Santurri). In The Nameless Ballad i riferimenti, rielaborati in chiave personale, sembrano stavolta più indirizzati alla ricca tradizione del J–horror (su tutti The Ring), ma anche alle produzioni di genere di provenienza nordica e britannica, piuttosto che a pellicole come The Others. A dare una veste più internazionale all’operazione ci pensa poi la scelta di girare in lingua inglese con un cast che unisce interpreti italiani e stranieri tra cui meritano una segnalazione Jamie Ward, Giglia Marra e Fabrizio Ferracane.
Francesco Del Grosso









