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Memory Hotel

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VOTO: 7,5

Nascosti come topi

Correva l’anno 1999 quando Heinrich Sabl si imbarcava in quella che a sua insaputa e malgrado si sarebbe trasformata nei decenni a seguire in una vera e propria odissea produttiva e creativa. Da quello start di anni ne sono trascorsi la bellezza di venticinque prima che il suo lungometraggio d’animazione dal titolo Memory Hotel venisse finalmente terminato. Il film, realizzato con la tecnica della stop-motion, per il quale il regista tedesco ha ricoperto anche i ruoli di sceneggiatore, direttore della fotografia, montatore e produttore, ha richiesto diverse fasi, intervallate da continui pit-stop, nell’arco di una lunghissima ed estenuante lavorazione che avrebbe sfiancato moltissimi altri colleghi spingendoli all’abbandono del progetto. Moltissimi sicuramente avrebbero tirato i remi in barca, moltissimi tranne lui che ha stoicamente ha concluso, tra sacrifici, difficoltà e periodi di down, un’opera che ora gli sta dando grandissime soddisfazioni nel circuito festivaliero, non ultimi il premio per il miglior lungometraggio internazionale e il premio Nuovi Linguaggi al 24° Ravenna Nightmare Film Fest. E per questa incredibile forza d’animo e per l’amore incondizionato per la sua creatura, gli va reso atto.
L’originale pellicola a passo uno di Sabl narra la storia di una giovane ragazza cresciuta in schiavitù per decenni in un hotel fatiscente. Le lancette ci riportano al 1945, anno in cui l’Armata Rossa avanza in territorio tedesco e la Seconda Guerra Mondiale volge al termine. Molte famiglie tentano ancora di fuggire in America, ma i loro piani spesso falliscono. Anche la piccola Sophie, all’età di cinque anni, perde i genitori durante la fuga: vengono uccisi dall’ufficiale nazista Scharf e da un soldato sovietico di nome Wassili, sotto gli occhi di Beckmann, un membro della Gioventù Hitleriana. Questi tragici eventi si svolgono in un hotel dall’atmosfera singolare che, da quel momento in poi, lega a sé i quattro sopravvissuti in modo bizzarro, ovunque si trovino all’interno dell’inquietante edificio: al piano superiore, nel salone dove giungono via via nuovi ospiti; al piano inferiore, in cucina, dove Sophie – ormai adulta – prepara i pasti; oppure in un anfratto vicino al vano dell’ascensore, dove Beckmann si nasconde insieme ai topi. Questi ospiti permanenti loro malgrado invecchiano, senza però mai stancarsi di corteggiare Sophie.
Sabl si concentra sulla natura inquietante e cupa della storia, rievocando le atmosfere e l’immaginario della tradizione folcloristica delle fiabe dei fratelli Grimm, per riportare alla luce pagine dolorose del passato e al contempo lanciare un monito contro il senso di superiorità patriarcale. Una tematica, questa, ieri come oggi tremendamente attuale, alla quale si va ad aggiungere anche più di un dito puntato contro la Russia e le sue invasioni, compresa quella dell’Ucraina che si legge chiaramente tra le righe della timeline. Tali contenuti trovano il giusto sfogo ed espressione in un film che ha però nello script la componente meno riuscita, non per qualità di scrittura e di solidità strutturale, bensì per l’eccessiva dilatazione nella scansione ritmica degli eventi. La parte centrale risulta ridondante, appesantita e resa meno scorrevole da una mezz’ora abbondante di racconto costellato di digressioni e passaggi che insistono sugli stessi punti girando a vuoto. Non è un caso che la durata complessiva arrivi ingiustificatamente a sfiorare i cento minuti, andando ben oltre quelle che erano le reali esigenze e il respiro ideale della narrazione.
Tuttavia, ciò non impedisce a Memory Hotel di toccare le corde dello spettatore di turno con un flusso cangiante di emozioni che giungono a intervalli regolari mediante scene di forte impatto e tensione (su tutte quella della roulette russa). La stop-motion, la cui resa ricorda quella di un maestro come Jan Švankmajer, si fa portatrice delle suddette emozioni e veicolo attraverso cui il racconto trova la sua straordinaria e magnetica espressione visiva. Ciò è il fantastico risultato del tempo incredibilmente lungo e della cura maniacale che Sabl ha dedicato alla selezione di ogni minimo movimento e delle espressioni realistiche dei pupazzi, oltre che delle angolazione ricercate utilizzate per narrare gli avvenimenti.

Francesco Del Grosso

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