Quando il campeggio ospita contemporaneamente un mostro… e un virtuale “convegno sull’horror”!
Tra le varie tendenze dell’horror contemporanee una delle più interessanti, volendo, è quella per cui lo slasher movie nell’inglobare segmenti meta-cinematografici finisce per diventare, a livello meta-testuale, quasi un pretesto per rimettere in discussione i confini e gli orizzonti stessi del genere. In fondo già la saga di Scream ci aveva abituato a opere che contemplassero anche questa possibilità. La questione però adesso si è ulteriormente radicalizzata. E le interferenze del pensiero “woke” con il cinema più commerciale stanno portando a una ridefinizione del “terreno di caccia”, che, con esiti più o meno sapidi, mescola arditamente il contesto orrorifico di partenza con elementi più teorici, dialettici, concettuali.
Un passo interessante in tal senso è stato quello compiuto da Ritesh Gupta in The Red Mask, accolto festosamente nel dicembre scorso alla Casa del Cinema in quanto film vincitore dell’Italian Horror Fantasy Fest 2025. Il lungometraggio in questione è per l’appunto un caleidoscopico slasher movie che ricodifica tale filone con ironia, mescolando il citazionismo di fondo con quella spruzzata di contemporaneità che allude in modo divertito al latente conflitto tra una visione “old-fashioned” del genere e certe sue declinazioni “woke”, cui una “fanbase” in subbuglio può fare all’occorrenza da contrappeso tra polemiche sempre più aspre e accanite.
I personaggi stessi sono qui una dichiarazione di poetica. Epicentro tematico del lungometraggio è infatti l’annunciata realizzazione di un remake/sequel/reboot o chissà cosa dell’ipotetico cult anni ’80 parimenti intitolato Red Mask, incentrato come è fin troppo facile ipotizzare sulle barbare, fantasiose e sadiche uccisioni attraverso le quali uno spietato serial killer, la cui reale identità si cela dietro un’inquietante maschera rossa, catalizza ed espande attorno a sé un clima di crescente terrore. Ma a chi è andato l’incarico di scrivere il nuovo capitolo della saga? Ebbene, l’onore e soprattutto l’onere – viste le conseguenze – spettano per l’occasione all’emergente sceneggiatrice Allina (Helena Howards), incaricata dalla produzione di lavorare allo script e ritiratasi perciò in un eremo tra i boschi assieme alla compagna e futura sposa Deetz (Inanna Sarkis), con la quale ha l’assurda idea di mettere in scena tra casa e ambienti circostanti, nella speranza che arrivi l’ispirazione giusta per la futura trama, ipotetiche scene di massacri con protagonista l’assassino mascherato. Il controllo di tutto questo come è lecito aspettarsi sfuggirà loro di mano.
Per chi ha visto entrambe le pellicole, notevoli sono le analogie con Camp Miasma – Adolescenza sesso e morte (in originale Tennage Sex and Death at Camp Miasma, 2026) di Jane Schoenbrun, argutamente scelto quale film d’apertura del 24° Ravenna Nigtmare Film Fest dopo l’anteprima mondiale al Festival di Cannes 2026 nella sezione Un Certain Regard. Abbiamo pure qui una del tutto ipotetica saga di cinema horror da omaggiare, Camp Miasma, con tanto di iconico campeggio e di serial killer dai poteri soprannaturali pronto a riemergere, se solleticato dalle tempeste ormonali degli adolescenti in vacanza, dall’ameno, profondo laghetto locale. Dopo anni di sequel raffazzonati e di progressivo calo di interesse da parte del pubblico, si immagina che la un tempo leggendaria saga venga affidata a una giovane regista piena di entusiasmo per il genere, ma incline a rivisitarlo in un’ottica “queer”, così da essere riesumata, rilanciata e messa a disposizione di nuove platee. Quando però la regista va nei luoghi stessi dove era era stato girato il primo capitolo della saga per confrontarsi con la protagonista dell’originale, che incredibilmente è andata a vivere proprio lì, l’incontro tra la nuova voce autoriale di una Hollwood sempre più incline al “politicamente corretto” e quell’attrice da tempo avvolta nel mistero nonché prigioniera del proprio passato, stile Sunset Boulevard, finisce per produrre scintille: le due donne precipitano così in un vortice di desiderio, paura, eccitazione e delirio, cui darà un robusto contributo il villain ricorrente della saga cioè “Little Death”, fantasma vendicativo e armato pesantemente di quel bambino cresciuto dai genitori in parte come maschio, in parte come femmina. E per questo atrocemente bullizzato al campeggio.
Riguardo ai molteplici sottotesti e alla filosofia del lungometraggio propone attente osservazioni, su Asbury Movies, il collega Marco Minniti: “Una scommessa nel segno della decostruzione, da un’autrice che è stata a sua volta (per sua esplicita ammissione) divoratrice di quegli stessi classici del genere che qui vengono ripetutamente evocati: classici divorati, smontati e rimontati con lo sguardo onnivoro della persona cinefila, prima che con gli strumenti di analisi della critica, vissuti innanzitutto come esperienza fisica, corporea, sensuale.”
Scommessa vinta o persa, ci chiediamo noialtri? Tendenzialmente vinta, a parer nostro, perché la ricchezza dei punti di vista introdotti nella complessa architettura diegetica del lungometraggio, complice anche la felice “chimica” instauratasi in scena tra le due protagoniste ovvero la giovane Hannah Einbinder e una come sempre magnetica Gillian Anderson, facilita un approccio del pubblico a tratti “immersivo” (soprattutto nelle scene attraverso le quali viene ricostruito il datato, ipotetico “cult”) e a tratti puramente riflessivo. Ma un versante sfacciatamente autoreferenziale, colto da altre voci critiche più caustiche rispetto alla riuscita del lungometraggio, da parte dell’autrice Jane Schoenbrun, non lo si può in toto negare. Ed è per questo che, ponendoci in un certo senso da “osservatori esterni”, intendiamo dar vita a una sorta di “teatrino dialettico” proponendo hegelianamente quale “antitesi” le argute contestazioni, messe nero su bianco da uno scrittore e saggista senza troppi peli sulla lingua, Roberto Donati: “Dopo la visione, francamente sofferta, resta un dubbio che riguarda persino la natura dell’oggetto attraversato: «Camp Miasma» è davvero un film oppure è la dichiarazione, protratta per due ore e affidata a una successione di immagini, della superiorità morale, estetica e sentimentale di chi lo ha realizzato rispetto a tutti i suoi possibili spettatori e, per estensione, rispetto a quasi tutto il genere umano? La domanda non è soltanto provocatoria, perché il problema del film sembra risiedere precisamente nell’incapacità di concepire l’opera come qualcosa che debba uscire dall’autore e incontrare un mondo diverso da lui. Ogni personaggio, ogni gesto, ogni scelta estetica, ogni posa sembra tornare invariabilmente allo stesso punto: l’autore che contempla la propria sensibilità e, contemplandola, ci informa della sua eccezionalità. È un’autoreferenzialità così radicalizzata da produrre una sorta di catatonia artistica: il cinema smette di interrogare il mondo e finisce per interrogare continuamente l’immagine che di sé vuole restituire. La sensibilità diventa così una patente di superiorità, la marginalità un capitale simbolico, la trasgressione un atteggiamento codificato e persino il disagio sembra accuratamente confezionato affinché nessuno possa dubitare della sua rispettabilità estetica.”
Così siamo partiti da una tesi. Abbiamo ora un’antitesi. E per quanto riguarda l’eventuale sintesi non vogliamo “pilatescamente” lavarcene le mani, ma, pur avendo manifestato un’iniziale “simpatia” per il film e per il sentiero che prova a tracciare nell’immaginario contemporaneo, ci rimettiamo al giudizio di quei 12 angry men che costituiscono talvolta il pubblico dell’horror, cui consigliamo in ogni caso una visione attenta – e possibilmente sul grande schermo, vita la straordinaria cura dell’elemento fotografico – di questo terzo lungometraggio realizzato da Jane Schoenbrun, autrice in precedenza di We’re All Going to the World’s Fair e I Saw the TV Glow.
Stefano Coccia









