Padroneggiare (con) la lingua
Il detto “l’ospite è come il pesce, dopo tre giorni puzza” è un modo di dire che ha origini antichissime. Ne faceva già riferimento Plauto, che già nel III secolo avanti Cristo paragonava la sgradevolezza di un ospite che si ferma troppo a lungo a quella del pesce non più fresco. Un proverbio, questo, che ovviamente non passa e non passerà mai di moda, tornando puntualmente alla mente di tutti noi ogniqualvolta un ospite, per quanto gradito, decide di prolungare la propria permanenza. E ne sa qualcosa anche il protagonista di Mio zio Jens (Onkel Jens) del lungometraggio d’esordio del regista curdo-novergese Brwa Vahabpour, in uscita nelle sale dal 1 ottobre 2026 grazie a Cineclub Internazionale Distribuzione.
Al centro della storia c’è Akam, un giovane insegnante di letteratura che conduce una vita serena a Oslo finché il suo equilibrio viene improvvisamente incrinato dall’arrivo di Khdr, lo zio con cui ha da tempo perso i contatti, giunto dalla regione iraniana del Kurdistan. Sebbene condivida un piccolo appartamento con alcuni amici, Akam si sente moralmente obbligato a offrirgli ospitalità per qualche giorno. Ben presto, però, la permanenza dello zio si prolunga oltre ogni aspettativa. Khdr si comporta come se fosse a casa propria e non dà alcun segno di voler ripartire. Mentre la convivenza diventa sempre più difficile e le tensioni nell’appartamento crescono, Akam comincia a sospettare che dietro quella visita si nascondano motivazioni ben più profonde di un semplice viaggio di famiglia. Una serie di rivelazioni e di eventi inattesi costringerà entrambi a confrontarsi con il proprio passato, mettendo in discussione certezze, responsabilità e legami affettivi, fino a cambiare radicalmente il corso delle loro vite.
Vahabpour, che ha scritto Mio zio Jens a sei mani con Molly Steensgard e Răzvan Radulescu, affronta il tema della migrazione e il rapporto con le proprie radici. Lo fa con ironia e sensibilità, senza farne un manifesto politico, diversificandosi così dalla stragrande maggioranza delle pellicole incentrate sulle suddette argomentazioni e trovando in questo approccio alle materie in questione la propria ragione di essere e di comunicare con il pubblico di turno. Passando attraverso un film solo sulla carta leggero sullo scontro culturale, l’autore alterna leggerezza e momenti più intimi per raggiungere il giusto equilibrio tra la vena comica e gli spunti di riflessione universale, facendo di esso il veicolo per parlare, oltre dei suddetti temi, delle dinamiche sempre più complesse dell’asilo in Europa, di persecuzione e resistenza, anche di contrapposizione tra “vecchio” e “nuovo”, tra chi è rimasto legato alle proprie origini e chi invece ha cercato di costruirsi una vita altrove. Un bagaglio corposo di questioni che non si tramuta mai in una zavorra. Merito di una scrittura e di una trasposizione che riescono a fare convivere in maniera armoniosa il tutto, facendo dell’opera prima di Vahabpour anche un film sull’incontro/scontro tra due generazioni e modi differenti di vivere l’appartenenza e sull’incomunicabilità.
Proprio in virtù di questo e del ruolo centrale dato alla lingua, che nel film diventa molto più di un semplice strumento di comunicazione in quanto rappresenta una forma di potere per chi la padroneggia, ma anche una fonte di fragilità per chi non riesce a esprimersi pienamente, va sottolineata la scelta della distribuzione italiana di conservare le due lingue originali, accompagnandole con i sottotitoli invece di ricorrere al doppiaggio. Il ché preserva tale aspetto che è una delle regole d’ingaggio per un’ottimale fruizione dell’opera e dei suoi contenuti. Quest’ultimi si manifestano sullo schermo mediante le efficaci performance di Peiman Azizpour e Hamza Agoshi, ma soprattutto con il riuscito gioco di traduzioni, fraintendimenti e parole che cambiano significato a seconda di chi le pronuncia o le interpreta diventano così parte integrante della relazione tra Akam e Khdr e del percorso identitario del protagonista.
Francesco Del Grosso








