I cavalli fanno sembrare tutto facile
La sovrapposizione di Venezia e Telluride, due dei principali festival cinematografici della stagione autunnale, fa sì che molti dei titoli più attesi della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica vengano presentati durante i primi giorni. Questo permette di consumare l’anteprima mondiale alla kermesse lidense, manifestazione che deve il mantenimento del suo prestigio all’intransigenza su questa etichetta, e di trasferire in tempo il cast per una proiezione in Colorado. Ecco quindi che al secondo giorno di Venezia 83, in buona compagnia di Werner Herzog con il suo Bucking Fastard e dopo che Danny Boyle con Ink ha già spianato la strada, è già il turno del nuovo film di Martin McDonagh. Reduce da ben due Leoni d’Argento per la miglior sceneggiatura, il regista di origini irlandesi pone ancora una volta le basi per ricevere meritatamente, secondo il volere della giuria di Maggie Gyllenhaal, un premio ben più importante.
Il suo Wild Horse Nine è un potente dramma storico che inserisce dei personaggi fittizi nel periodo antecedente al colpo di stato cileno del 1973, in cui il primo presidente democratico del paese, Salvador Allende, fu costretto a togliersi la vita. John Malkovich e Sam Rockwell interpretano rispettivamente Chris e Lee, agenti della CIA e partner di lunga data, in procinto di salire su un aereo diretto all’Isola di Pasqua per ordine del loro superiore MJ (Steve Buscemi). Ma se le immagini d’archivio con cui si apre la narrazione potrebbero far pensare a una storia apertamente politica, ben presto risulta chiaro che la missione sotto copertura per ribaltare la democrazia cilena è solamente lo sfondo di una storia di amicizia insospettabilmente struggente, che si propone di ragionare sul rimpianto e sulla complessità del significato di resistenza. Per dichiarazione dello stesso McDonagh, il cui obiettivo non è analizzare le complesse similarità geopolitiche tra il presente e gli avvenimenti con cui si confronta, l’ispirazione per la storia è arrivata grazie agli elementi che rendono suggestiva l’isola di Rapa Nui: le famose teste giganti dette Moai, i cavalli selvaggi, gli sconfinati paesaggi verdi a strapiombo sul mare che ritroviamo anche nel suo precedente Gli spiriti dell’isola.
A testimonianza di questo colpo di fulmine paesaggistico la nozione che siano serviti 10 anni per perfezionare quella che, ad oggi, potremmo tranquillamente considerare la sua migliore sceneggiatura: il continuo battibecco tra Chris e Lee — e tutti i personaggi che i due irritabili colleghi incontrano sulla loro strada — è esilarante e, nonostante la decisione di indugiare a lungo su questa dinamica conflittuale, non arriva mai a risultare ridondante. Non c’è piacere più grande del constatare che un film non solo ha piena consapevolezza del suo potenziale, ma che al contempo ha anche il coraggio di preparare con pazienza il terreno ai suoi momenti più sorprendenti. È così che, una battuta sfrontata dopo l’altra, iniziamo a percepire le incrinature sotto la superficie dei personaggi — le debolezze e le complessità che ci permettono di identificarli come umani e non dei semplici distributori automatici di battute — e gradualmente Wild Horse Nine rivela la vulnerabilità della sua anima, nascosta fino a quel momento dietro una fitta nebbia di cinismo.Gli ordini di Lee sono di tenere d’occhio Chris, considerato una mina vagante dall’organizzazione, ma a questo ingrato incarico professionale si aggiunge la richiesta, ben più scomoda, dell’amico: Chris ha una malattia terminale, e quando sarà il momento vuole che sia Lee a porre fine alle sue sofferenze. Il tutto è ulteriormente complicato dalla memoria fallibile di Chris, che nel frattempo sta scrivendo le sue memorie, e dall’incontro con due rivoltose studentesse universitarie che alloggiano nella loro stessa struttura. Superlativa la prova di Mariana di Girolamo, una delle due ragazze, che nel suo essere un veicolo di immedesimazione per lo spettatore contribuisce ad elevare un atto finale su cui pesa la responsabilità di legare la personale posta in gioco di Lee e Chris alle implicazioni dell’intervento americano a Santiago. Per farlo McDonagh non ha bisogno di trasformare Chris e Lee in eroi innocenti, rifiutando banali assoluzioni in favore della ricerca di una bruciante verità, suggerita proprio dalla tranquillità dei cavalli: spesso la libertà viene scambiata con l’impunità.
Wild Horse Nine è quindi un atipico thriller che vanta l’inconfondibile tratto distintivo del suo regista, in cui a sparare sono più le lingue dei fucili e che commuove senza rinunciare all’ironia nemmeno nei momenti più concitati.
Alessio Vinciguerra









