Che mondo è senza musica
Quelli della migrazione forzata e delle libertà negate, in particolare, sono temi centrali nel cinema di Nicola Sorcinelli. Sono sempre stati direttamente e non, consciamente e non, parti integranti delle storie che il regista di Cattolica ha deciso di raccontare, come quelle al centro dei pluripremiati cortometraggi Ape Regina e Moby Dick. C’è dunque un filo rosso comune che attraversa quelle e altre sue produzioni sulla breve distanza che si è tradotto in un sentimento molto forte, quello della rabbia verso chi interrompe, nega, costringe e censura. Su e intorno a questo “magma incandescente” hanno ruotato e si sono sviluppate molte delle vicende che il cineasta ha portato sullo schermo. Ed era inevitabile che quel sentimento e quei temi a lui cari finissero con l’alimentare anche l’esordio nel lungometraggio Balcanica, presentato in concorso alla Giornate degli Autori, nell’ambito dell’83esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia.
Vista la premessa, già dal titolo è facile intuire quali possano essere le argomentazioni e le ambientazioni in oggetto, divenute la materia prima narrativa e drammaturgica, oltre che lo sfondo che vi fa da cornice, del film scritto a quattro mani con il sodale Andrea Brusa. Da qui una pellicola che ci porta al seguito del direttore d’orchestra Nazar e di suo figlio Jalil, giovane suonatore di tuba, costretti ad abbandonare tutto ciò che conoscono dopo che nel loro Paese, l’Afghanistan, la musica è stata vietata. Intraprendono così un viaggio lungo la rotta balcanica verso l’Italia, un cammino segnato dall’incertezza ma illuminato dalla speranza di trovare un luogo in cui poter tornare a suonare. Durante il percorso incontrano Greta, una dottoressa italiana. Insieme, i tre si troveranno ad affrontare scelte destinate a cambiare per sempre le loro vite.
La fuga verso l’Europa dei due protagonisti è segnato da confini, violenze, controlli e respingimenti. In Trieste è bella di notte, il documentario di Andrea Segre, Stefano Collizzolli e Matteo Calore, il racconto corale di una serie di migranti respinti, bloccati in una casa abbandonata a Bihać, in Bosnia, fa vivere e rivivere tutto ciò che nella realtà accade quotidianamente. Di “odissee” senza fine come queste la Settima Arte ne ha mostrate tante, restituendo tutto il carico di sofferenza, dolore e orrore che si portano dietro. A memoria la mente torna in ordine sparso, restringendo il campo alla fiction, a Welcome e Io Capitano, piuttosto che a Green Border, Cose di questo mondo, Quando sei nato non puoi più nasconderti ed Europa. Sorcinelli aggiunge un capitolo alla suddetta letteratura cinematografica con un’opera che azzera la distanza fra lo spettatore e le figure che la animano, gettando il fruitore dentro un’esperienza immersiva quasi epidermica e molto realistica.
In Balcanica la scrittura prima, la messa in quadro e le performance attoriali di Babak Karimi ed Ivar Wafaei poi, contribuiscono a trasferire senza soluzione di continuità tale esperienza sullo schermo. Sorcinelli, in perfetta simbiosi con la fotografia di Damjan Radovanović, ci spinge a condividere sensazioni ed emozioni attraverso una regia costantemente aderente al momento e ai corpi, restando con una camera a mano e un approccio semi-documentaristico perennemente appiccicati ai personaggi, dei quali avvertiamo il freddo, la fame, la stanchezza, il terrore, la delusione e persino le speranze. Il regista fa del corpo l’elemento fondamentale. È l’unico mezzo del viaggio, cammina, resiste alle diverse condizioni atmosferiche e logistiche, oltre che alla paura imperante. Attraversando i confini diventa custode di violenze, abusi e respingimenti. Per trasporre tutto questo l’autore raggiunge una temperatura emotiva costante, senza scendere mai nel pietismo e nella speculazione del dolore. L’epilogo teso come una corda di violino è il momento in cui la temperatura raggiunge il vero punto di ebollizione. Qui deflagra sullo schermo tutto quello che si era accumulato fino a quell’istante e che Sorcinelli era stato bravo a tenere sotto controllo.
Anche le interpretazioni vanno nella stessa direzione, compresa quella di una partecipe e intensa Matilda De Angelis nei panni di Greta, che rappresenta lo sguardo occidentale e il punto di vista di chi sta dietro la cinepresa. La giovane dottoressa è la testimone oculare degli eventi e al contempo la mano tesa verso un padre e un figlio in fuga nell’inferno della rotta, che all’impotenza risponde mettendo in pericolo la sua incolumità. Un barlume di luce, questo, che illumina il buio e ricorda quello che nella filmografia breve del regista romagnolo abbiamo visto nei cortometraggi citati in precedenza (nei personaggi di Elsa di Ape Regina e di Bianca in Moby Dick) e anche nello short del 2015, Helena. Questo per dire che nel cinema di Sorcinelli c’è sempre un raggio di luce che squarcia l’oscurità e quel raggio è l’umanità quando resta inviolata.
Francesco Del Grosso








