Quattro salti ai fornelli
Chi, indipendentemente dalla conoscenza della storia dell’arte culinaria e dei suoi illustri esponenti alle diverse latitudini, non ha mai sentito parlare almeno una volta di Anthony Bourdain, compianto chef, scrittore, personalità televisiva e giornalista statunitense di viaggi, diventato famoso per la prima volta per il bestseller del 2000 dal titolo Kitchen Confidential: Adventures in the Culinary Underbelly. Pochi, probabilmente, proprio per l’ecletticità che ne ha contraddistinto il percorso professionale e umano.
Tre anni dopo la scomparsa avvenuta nel 2018, il documentario Roadrunner: A Film About Anthony Bourdain di Morgan Neville ne aveva dipinto un bellissimo ed emozionante ritratto audiovisivo, capace di fare immergere lo spettatore, compreso quello che non ne conosceva le gesta ai e lontano dai fornelli, nella vita e nella mente dell’iconico chef. Pur ripercorrendone l’esistenza in maniera piuttosto esaustiva, attraverso filmati d’archivio e interviste ai suoi cari, qualcosa di sconosciuto o quantomeno nebuloso di lui era rimasto. Quel qualcosa è il periodo giovanile, quando il ragazzo di New York muoveva i primi passi in cucina, forse l’unico frangente rimasto in ombra della sua vita. Questo perché a parte qualche foto e i suoi scritti, fonti dirette a cui attingere per informarsi sul giovane Bourdain sono sempre scarseggiate. Il ché ha reso arduo a chiunque volesse farlo, il compito di ricostruire quella fase. A tanti, ma non a uno come Matt Johnson, noto tra gli addetti ai lavori e al pubblico per la bravura nel riportare a galla storie decisamente complesse, vedi ad esempio Operazione Avalanche e BlackBerry, nei quali narrava rispettivamente della teoria della cospirazione legata allo sbarco sulla Luna della missione Apollo 11 del 1969 e della creazione della celebre linea di cellulari. Chi meglio di lui dati i suddetti precedenti dietro la macchina da presa, con la complicità della A24 sul fronte produttivo, poteva portare a termine questa difficile impresa. Un numero decisamente ristretto a nostro avviso. Il cineasta canadese in tal senso ha portato brillantemente a termine la missione e lo ha fatto approcciando alla figura in questione e alla materia prima a disposizione nel migliore dei modi possibili, portando sul grande schermo (dal 27 agosto 2026 nelle sale nostrane con I Wonder Pictures), Tony – Diario di un giovane cuoco, un film incentrato sulla vita dello chef Anthony Bourdain agli albori della sua carriera.
Il libro autobiografico edito nel 2000, infatti, è solo in parte lo spunto della sceneggiatura scritta dallo stesso regista a otto mani con Matthew Miller, Todd Bartels e Lou Howe. Attingendo liberamente ad alcuni episodi narrati nel memoir, Johnson ha riavvolto le lancette dell’orologio per fare luce sul profilo di un giovane tanto magnetico quanto iroso e umbratile, nel momento in cui, alimentato da un mix di rabbia, fame di affermarsi, scarsa empatia, ecclettismo e sfrontatezza, si ritrova diviso tra la vocazione letteraria e la necessità di imparare l’arte culinaria. La pellicola si focalizza proprio sul racconto coinvolgente e movimentato dell’estate che ha trasformato un giovane ribelle nello professionista che è stato. L’estate che ha fatto da spartiacque e che segnerà il corso della sua vita è quella del 1975, quando l’ennesimo colpo di testa lo porta diciannovenne nella cittadina costiera di Provincetown. Lì quel ragazzo in cerca di un posto nel mondo muoverà i primi passi del viaggio che lo renderà una leggenda, ritrovandosi quasi per sbaglio immerso nel mondo caotico e adrenalinico della cucina di un ristorante locale, il Lobster Pot, capitanato da uno chef inflessibile e severo ma capace di profonda umanità.
Il risultato è un film che riesce a restituire lo spirito e la vera essenza di un chef fuori dagli schemi, cogliendoli proprio nel momento in cui questi hanno iniziato a prendere forma. In Tony – Diario di un giovane cuoco, Johnson sceglie di conseguenza di non allargare ed estendere come si è soliti fare in una biografia classica la narrazione all’intera vita, magari sintetizzandola, ma focalizzandosi su un arco di tempo ristrettissimo e fondamentale nell’esistenza del protagonista e del suo futuro percorso. Ciò ha permesso all’autore di uscire dai canoni standard del biopic agiografico e al contempo di realizzare sia un capitolo di un romanzo di formazione che narra vicende poco note, che un’opera che si iscrive di diritto in quel filone particolarmente apprezzato di opere (da Chef – La ricetta perfetta a The Menu, da Boiling Point – Il disastro è servito ad Aragoste a Manhattan, passando per il seriale The Bear) che hanno nel realismo cinico tra le quattro mura di un ristorante il proprio cuore pulsante. Il film del regista di Toronto riesce a tenere insieme e a mescolare efficacemente tutti questi ingredienti, ottenendo una ricetta equilibrata tanto nel dosaggio quanto nel livello di sapidità. Il mix di tonalità e registri differenti consente alla scrittura prima e alla messa in quadro poi di ottenere una ricetta gustosa, che regala al fruitore momenti drammatici e altrettanti leggeri, con e attraverso i quali si scopre quel passaggio chiave nella vita di Bourdain. Al resto ci pensa la variegata e ottima brigata di interpreti composta per l’occasione, nel quale spiccano Dominic Sessa nei panni del giovane protagonista e Antonio Banderas in quelli del suo mentore.
Francesco Del Grosso









