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The Menu

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VOTO: 7,5

Cucina da incubo

Dopo la visione di un film come The Menu, che per quanto ci riguarda è avvenuta nel corso della 17esima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione “Grand Public” prima dell’uscita nelle sale nostrane con The Walt Disney Company Italia prevista per il 17 novembre 2022 (il giorno successivo in quelle americane), entrare in un ristorante stellato sarà ancora più proibitivo. Se prima lo era principalmente per il portafogli, ora lo è anche per i pericoli che si possono correre rispetto alla propria incolumità. Ovviamente si tratta di una considerazione che non ha riscontri nella realtà, ma che rimane confinata nel territorio dell’immaginifico e del filmico, quello dove nasce per poi andare a consumarsi su uno schermo l’avventura della pellicola diretta da Mark Mylod, produttore e regista di importanti serie televisive (da Shameless a The Affair, passando per Il trono di spade, Storie incredibili e Succession), che ha preso il posto dietro la macchina da presa di Alexander Payne che ha abbandonato il progetto perché impegnato su altri fronti.
Il regista britannico ha così preso le redini della pellicola tratta dallo script firmato a quattro mani da Seth Reiss e Will Tracy e ne ha fatto una black-comedy che sfocia nell’horror, dove l’idilliaco e armonioso connubio tra cinema e cucina, che tante gioie per gli occhi e il palato ha regalato in decenni di storia della Settima Arte, va letteralmente in frantumi, trasformando quella che poteva essere un’indimenticabile esperienza culinaria in un incubo dal quale gli sventurati avventori rischiano seriamente di non svegliarsi. Tra questi ci sono Margot e Tyler, una giovane coppia che sbarca su un’isola remota del Pacifico insieme a tre giovani fratelli già ubriachi, una coppia anziana e benestante, una critica gastronomica e il suo direttore, una star di mezza età con la sua assistente, per mangiare all’Hawthorne. Si tratta di un ristorante esclusivo, dove il celebre Chef Slowik e la sua nutrita e “poco allegra” brigata hanno preparato un menu di cucina molecolare per pochi eletti, per la precisione dodici alla modica cifra di 1.250 dollari a coperto. La serata però si svolge in una tensione crescente, tra piatti scioccanti ed eventi sempre più violenti, che anticipano l’arrivo di un’ultima sconvolgente portata.
È chiaro già dalla sinossi che si deve accantonare l’idea di una rom-com a sfondo gastronomico come quelle che abitualmente approdano sul grande e piccolo schermo per saziare il cuore e la pancia. Al suo posto, The Menu propone una commedia che si tinge di nero e di sangue, riservando moltissime spiacevoli sorprese tanto agli spettatori di turno quanto agli ignari avventori in scena. Entrambe le parti vengono messe sullo stesso piano da una scrittura che per raggiungere il proprio scopo fa leva sull’ingrediente mistery per completare il dessert e portare a termine il servizio. Tra gli ingrediente della ricetta di Mylod c’è dunque anche il thriller, i cui meccanismi machiavellici si mescolano senza soluzione di continuità con uno humour piccante e con un contorno orrorifico altrettanto difficile da digerire. La linea gialla che scorre dal primo all’ultimo fotogramma utile rappresenta la colonna vertebrale dello script, che tra una portata e l’altra propone ai commensali e di riflesso al pubblico una sequela poco prevedibile di eventi, colpi di scena e capovolgimenti delle posizioni dominanti. Il ché garantisce al fruitore una buona dose di coinvolgimento e di curiosità nei confronti degli accadimenti e dell’epilogo, che è tutto tranne che telefonato.
Dietro questo cocktail di toni e generi, non tanto velata e dal retrogusto piuttosto strong arriva diritta una feroce critica verso la società viziata, del consumismo bulimico, del non sa chi sono io, dell’apparenza prima che della sostanza, del tutto e subito. Ma restando alla critica sociale, dimenticate la visione che Marco Ferreri ha scagliato sulle platee con quintali di cibo in La grande abbuffata, per puntare su altro che potesse in maniera diversa infliggere degli affilati fendenti. Quel qualcosa è un meccanismo molto più simile alle punizioni inflitte a ai peccatori nei “giochi a massacro” di Saw. Per farlo, Mylod e gli autori attingono al modus operandi di Altman, che consiste nell’avere l’intero cast (tra cui dei convincenti Anya Taylor-Joy, Nicholas Hoult e John Leguizamo) sul set a disposizione per tutto il tempo, così da dare forma a uno spettacolo corale nel quale viene messa in scena la vita e le sue brutture e distorsioni. A orchestrarla, guidando la brigata e il personale di sala, un Ralph Fiennes mai così inquietante, che nei panni di Slowik, uno chef-storyteller che considera la cucina un’arte concettuale e soprattutto molto seria, lancia frecciate anche alle manie di protagonismo di certi addetti ai lavori, tanto quelli che stanno ai fornelli quanto quelli che seduti a un tavolo si ergono a grandi esperti del settore.

Francesco Del Grosso

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