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Objet a

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VOTO: 4

Entropia e monotonia

Ann Oren torna a Locarno per presentare Objet a, selezionato per lo stesso Concorso Internazionale che nel 2022 aveva lanciato il suo primo successo, Piaffe, dove a una ragazza spuntava misteriosamente una vera coda da cavallo. In quell’occasione la protagonista era interpretata dall’immediatamente riconoscibile Simone Bucio, che torna a collaborare con la regista per vestire i panni mistici di Gaia. Figura femminile assimilabile a una strega, Gaia diventa l’assistente di una coppia di chirurghi specializzati in interventi alle mani, tenendo fede al proprio nome attraverso una particolare sintonia con la natura e l’elemento della terra, suggerita anche dalla lunghezza caricaturale dei peli sotto le ascelle, dove è solita nascondere dei funghi. I chirurghi in questione sono Ingeborg (Aenne Schwarz) e Adam (Louis Hofmann), professionisti esperti che, oltre al lavoro, condividono la quotidianità di un amore basato su rigorosi rituali e atipiche pratiche sessuali che non ricorrono a baci e penetrazione. Il loro equilibrio si incrina quando la cleptomania di Ingeborg, irretita dall’accendino di un uomo in metropolitana, porta alla frattura di un suo osso del piede durante la fuga che segue il furto. Sarà proprio Gaia, la paziente che solo poco tempo prima si era presentata nel suo studio per rimuovere un dito di troppo, ad aiutarla dopo aver assistito per caso alla scena. Nel periodo di convalescenza Gaia si rivelerà molto più di una semplice assistente per Ingeborg, che sotto la sua influenza vedrà trasformarsi la propria intimità con Adam.
Purtroppo, sebbene vengano gettate le fondamenta per un solido triangolo, il tempo passa senza che nessuno degli elementi suggestivi e bizzarri, sbocciati dalle idiosincrasie della regista, si traduca in dinamiche realmente stimolanti. Il racconto è debitore dei primi sforzi cinematografici di Yorgos Lanthimos, quelli più acerbi, le cui atmosfere abrasive risultano facilmente replicabili da chiunque miri a generare il tipico sgomento spicciolo che tanto attira una grande fetta del pubblico festivaliero. Non che ci sia nulla di male, dopotutto i grandi registi sono seminali per un motivo: il problema è non far emergere, al contempo, le proprie intenzioni.
In Objet a è sicuramente centrale il tema della tattilità: le mani accarezzano e maneggiano oggetti inanimati, tra cui i tutori prostetici che Ingeborg e Adam indossano per alleviare i loro infortuni e che catalizzano il loro desiderio lontano dai corpi in carne e ossa. Tuttavia, quando Oren si apre riguardo al film nelle interviste, emergono interpretazioni che non si riscontrano sullo schermo nemmeno volendo forzare i simbolismi. Non basta eliminare del tutto la tecnologia per suggerire che dovremmo riappropriarci del tatto, senso ormai schiavizzato dal plexiglas degli smartphone, e non è nemmeno sufficiente inserire qualche servizio al telegiornale in sottofondo dedicato a disastri naturali e pandemie per tracciare un collegamento con l’attualità. Se Ann Oren aveva le idee chiare, non è purtroppo riuscita a trasfigurarle sullo schermo. Di conseguenza, il film viene percepito come un esercizio di genere intrappolato nella gabbia delle proprie influenze, incapace di plasmarsi in qualcosa che vada oltre l’estetica e lo sfizio per la narrazione morbosa.
Un esercizio che, perlomeno a livello di messinscena, è impeccabile: non vi ritroverete mai a criticare la composizione, come ci si aspetta da una regista con un passato nelle arti visive, o tantomeno la scenografia e la fotografia. È proprio questa perfezione formale, però, a consolidare la delusione per Objet a, sulla carta uno dei titoli più intriganti del programma. Il finale psichedelico, dopo quasi un’ora e mezza di progressivo logoramento delle aspettative verso questo specchietto per le allodole che prometteva di essere quantomeno audace, è l’unico barlume di dinamismo nella narrazione: la natura prende il sopravvento e assistiamo a una cerimonia di comunione sorprendente, collocata in una dimensione cinematografica sospesa dove a regnare sono funghi, piante e animali. Per qualche minuto, finalmente, alcune idee concrete trovano espressione e lo spettatore dialoga inconsciamente con alcuni suoi impulsi interiori ben precisi. Peccato solo che sia troppo tardi per salvare il risultato.

Alessio Vinciguerra

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