L’adolescenza secondo Tortorici
Dopo il successo di Diciannove, presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica 2024, Giovanni Tortorici insegue il definitivo riconoscimento internazionale portando il suo secondo lungometraggio al Locarno Film Festival 2026.
Ketticè gareggia quindi per il Pardo d’Oro, mentre al Lido si sarebbe dovuto accontentare probabilmente di un posto nel concorso secondario. Questa nozione non dice però tutta la storia: i ritratti adolescenziali del regista palermitano sono tanto radicati nella sua personale esperienza di vita, quanto liberi da qualsiasi sovrastruttura e convenzione formale che gli permetterebbero di porsi sullo stesso piano dei film che si contendono il Leone d’Oro. La cosa più sorprendente di Ketticè è che appare un debutto persino più del suo predecessore: incentrato interamente attorno a quattordicenni di Palermo e dintorni, il cinema di Tortorici sembra subire un’involuzione funzionale a raccontare quella fetta di gioventù indolente per cui il mondo inizia e finisce con i ritrovi del sabato sera. La sua autenticità non si rifà a precise urgenze registiche, in opposizione alla prominente corrente di cinema del reale che spopola nel circuito festivaliero, ma all’istintivo soggettivismo di chi conserva ancora il ricordo di queste stesse esperienze e ha la possibilità di rielaborarle dall’alto della fragile maturità dei trent’anni. Maturità che si manifesta unicamente sul fronte della consapevolezza, che senza alterare le dinamiche dei giovani interpreti non professionisti, ricercati negli stessi luoghi dove il film è ambientato, gli permette di guidarli verso un percorso di perdizione che sviscera per virtù di osservazione la relazione tra amicizia, aspettative e dipendenza. Non è quindi possibile definire acerbo lo stile di un regista che fa di queste tendenze autodistruttive la sua autorialità, reinventando senza nemmeno provarci un genere che in Italia vede persone visibilmente mature fingersi liceali, al solo scopo di confezionare intrattenimento spicciolo che si nutre di nostalgia. Qui l’obiettivo è invece esorcizzare il passato e costruire uno specchio attraverso il quale gli spettatori possano gioire di essere invecchiati.
Non è quindi strano che Ketticè si apra con scelte musicali bizzarre, inquadrature concettualmente inspiegabili ottenute con il fish-eye e momenti a rallentatore discutibili: il primo impatto è abrasivo, e solo dopo che si inizia a conoscere meglio Giulio, il taciturno ma a suo modo carismatico protagonista, è possibile acclimatarsi al tono della pellicola. Nel seguire le sue avventure scolastiche, dove tutto ciò che è relativo alla scuola passa in secondo piano ai flirt e al calcio, sorge presto il dubbio che questa operazione nasconda la necessità di rimediare a qualche rimpianto. Giulio incarna l’archetipo di tormentato eroe adolescenziale dell’era di Facebook che Tortorici avrebbe voluto essere, o che magari è stato ma senza rendersene conto al tempo. Al di là del privilegio di frequentare una scuola privata e di girare in macchina, ciò che eleva Giulio sulla scala sociale è la sua quasi infallibilità con le ragazze: lasciato dalla fidanzata Elena, davanti a lui si aprono immediatamente valide opzioni di rimpiazzo, tra cui la ragazza più popolare della scuola, che lui insegue per puro capriccio. Il suo unico reale interesse è Ketty Mendola, l’eponima bulla che lo irretisce sulla base di una sua attrazione per la trasgressione. Per qualche motivo, Giulio è infatti intrigato dal concetto di risse tra ragazze, attività in cui gira voce che Ketty abbia particolare successo, e le scrive su Facebook. È con il loro legame che Ketticè, a tutti gli effetti un film sull’influenza reciproca in età malleabile, rivela la sua vera natura, aprendosi a venire osservato come un ritratto dolceamaro di vulnerabilità condivisa. Ketty non è una conquista di Giulio, e il film rigetta le la possibilità di costruire anche solo la minima scintilla di chimica sentimentale tra i due. I loro giri in macchina fino a Dallas, il rione di Bonagia dove acquistano rigorosamente 20 euro di erba, diventa un rituale giornaliero che congela il tempo per entrambi. Nell’abitacolo, sotto l’effetto della cappa di fumo, Ketty e Giulio condividono paure e aspirazioni quasi senza rendersene conto. Di colpo il calcio, le ragazze e gli amici vengono trascurati, e Giulio scivola via dal mondo reale crogiolandosi, tra una canna e l’altra, in un rifugio in cui è finalmente al riparo dalle aspettative opprimenti che oltrepassano lo scudo della sua bambagia, ma non dal rischio che questo sfoci in una dipendenza pericolosa.
Ecco che l’iperrealismo edulcorato e nostalgico lascia spazio a una viscerale paranoia, probabilmente l’aspetto autobiografico che ha motivato più di tutti il confronto cinematografico con questo preciso periodo. Una lezione impartita organicamente dalla vita che dona a Ketticè una rinnovata struttura in dirittura di arrivo, più significativa di quanto qualsiasi insegnamento del personaggio di Monica Bellucci, la delirante madre di Giulio, potrebbe mai aspirare ad essere. Dopotutto in questo mondo fermo al 2012, gli adulti non sono che una caricatura da contrapporre alla gioventù che offre un indizio sulla decadenza dell’Italia berlusconiana.
In definitiva, Ketticè rivendica la libertà di confezionare un cinema grezzo e imperfetto, seguendo un soggetto sregolato che necessita di queste sfaccettature spigolose per funzionare. La sua indagine psicologica appena abbozzata gli impedisce di far scaturire una conversazione più ampia e di accedere a emozioni intense, ma nell’ottica di una filmografia che sta compiendo i primi passi, si inserisce come uno sforzo sufficientemente ammirevole per consolidare l’entusiasmo verso un regista italiano con una voce promettente. Che poi il finale sia una brusca ripetizione al femminile dello stesso proposto da Diciannove fornisce un indizio importante relativamente ai temi che questo talento potrebbe essere interessato ad esplorare in futuro.
Alessio Vinciguerra









