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Les Yeux Verts

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VOTO: 4

La sindrome della rassegnazione colpisce Piazza Grande

Sono tante le domande che è naturale porsi alla scoperta che la cosiddetta “sindrome della rassegnazione” è una condizione medica reale, e non una delle tante bufale che circolano su internet. Un coma profondo e improvviso in cui cadono selettivamente bambini e adolescenti trasferitisi in un paese diverso da quello natale, in risposta a un evento traumatico o alla negazione di una richiesta di cittadinanza permanente. Se quest’ultima nozione appare fin troppo specifica, un dettaglio di convenienza per giustificare la trama di un prodotto di finzione, non ci sarà modo di farvi cambiare idea dopo che avrete appreso il rimedio che, stando ai pochi studi che sono stati condotti in materia, risulterebbe più efficace per svegliare i pazienti: stabilizzare la situazione familiare, ovvero garantire l’asilo politico ai diretti interessati. Ecco che il lieto fine si scrive da solo, senza necessità di condurre ulteriori indagini sull’affascinante fenomeno endemico generatosi in Svezia oltre vent’anni fa, e progressivamente dissipatosi fino a quasi scomparire. Dopotutto, se la scienza si è arresa a comprenderlo, perché dovrebbero dei registi, interessati unicamente al potenziale drammaturgico del soggetto.
È questo il caso di Les Yeux Verts (The Green Eyes), film di apertura del Locarno Film Festival 2026, che trapianta un episodio di sindrome della rassegnazione sulle rive oceaniche della Nuova Aquitania, dove vive una famiglia di immigrati composta da Chaya, bambina di undici anni, Nour, fratello maggiore, e il padre. I presupposti al coma di Nour si verificano quando il padre lascia da soli i figli per cercare lavoro in Spagna, nel tentativo di accumulare in un mese abbastanza soldi da evitare l’imminente sfratto che gli è stato notificato. Nel dubbio, la sceneggiatura prevede anche un trauma da ricondurre alla morte della madre, avvenuta in circostanze mai approfondite, giusto per assicurarsi un coma sufficientemente convincente. È il rapporto di Nour e Chaya il cuore del film, il cui legame è talmente forte da riuscire in qualche modo a comunicare mentre si trovano su piani della realtà diversi: mentre Nour è in balia dei suoi sogni, Chaya fa di tutto per stargli vicino, lottando contro un sistema che mira a separarli sulla base di un presunto rischio di contagio. Più o meno, è tutto qui. Fanny Liatard e Jéremy Trouilh, coppia di cineasti conosciuti grazie al successo cannense di Gagarine, si tirano la zappa sui piedi adottando un approccio sospeso a un tema di per sé narrativamente scarno, trascurando i personaggi in favore di un immaginario evocativo piuttosto debole. La forma potrà pure essere all’altezza, ma quando la realtà stessa è più interessante della finzione, allora mancano i presupposti per coinvolgere o arricchire lo spettatore. In relazione a quest’ultimo punto, non è trascurabile che la materia prima era già stata plasmata di recente da un altro autore ben inserito nel circuito festivaliero europeo: chi aveva visto Quiet Life di Alexandros Avranos, presentato alla Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia 2024, ritroverà sicuramente una riflessione affine, con la differenza che lì la sindrome si consolidava organicamente come il centro della narrazione, in accordo a una disamina familiare dalle tonalità fredde che vanno a braccetto con l’apatia dei bambini comatosi, e con il distacco emotivo del sistema statale incaricato di condurre un’indagine sulla famiglia.
Dolorosamente spicciolo, inoltre, il simbolismo ricorrente di Les Yeux Verts, che tramite le cicogne, maestosi uccelli migratori, mette in relazione la famiglia alla natura che circonda il film. Nell’osservare gli stormi che si innalzano sui paesaggi, si forma la consapevolezza che alla periferia del film esiste un documentario di National Geographic ben più interessante, incentrato sulle cicogne e sulla suggestiva ambientazione naturale fatta di foreste, dei fiumi che le attraversano e di onde oceaniche che si infrangono sulla spiaggia. Le intenzioni dichiarate dai registi in conferenza stampa, ovvero trasformare il territorio in un personaggio, faticano però a trovare una corrispondenza nella messa in scena: se una delle ultime grandi foreste d’Europa è destinata a scomparire, non lo veniamo di certo a sapere tramite il loro film, che sembra volersi appropriare di una tematica che non emerge dalla storia in assenza di elementi solidi di cui dibattere.
Ci sono tuttavia alcune note positive, come la duplice interpretazione delle piccole gemelle che, assieme, interpretano Chaya, donando purezza a una storia su cui fanno ombra molteplici tematiche cupe. Se il loro personaggio finisce per non risultare memorabile, è solamente colpa di una sceneggiatura che si accontenta di vederle urlare a ripetizione il nome del fratello, seguito da un interminabile «no» pronunciato con la stessa inflessione monotona, nel tentativo di riportarlo alla realtà. L’attore che interpreta Nour, reduce da ruoli importanti in E i figli dietro di loro e La pampa, ha poi scherzato con i giornalisti sul fatto che per Les Yeux Verts abbia dovuto imparare a dormire: leggendo tra le righe con la giusta dose di cinismo, ci si potrebbe vedere un sottile velo di delusione. La stessa delusione di chi si è approcciato alla visione in parte grazie alla presenza nel cast di Anamaria Vartolomei, attrice francese che qui non è altro che uno specchietto per le allodole: la sua insegnante delle elementari, unico punto di riferimento adulto di Chaya, è stereotipata e trascurabile. Nota di merito, invece, anche per il direttore della fotografia Victor Seguin, collaboratore di lunga data dei registi fin dal loro primo cortometraggio. Ma la vera resa arriva nel finale, che sembra rigettare di colpo tutte le sfaccettature complesse accumulate attorno alla vicenda.
La sceneggiatura imbocca la prima scorciatoia disponibile per raggiungere un lieto fine tanto ambiguo quanto fragile, soprattutto in un mondo in cui la mancanza di solidarietà è troppo evidente per essere ignorata. La risoluzione non appare abbastanza deliberata per essere interpretata come una proiezione cinematografica delle speranze che i registi nutrono verso il futuro: il processo giudiziario, che dovrebbe sostenerla, viene preparato soltanto negli ultimissimi minuti, lasciando la sensazione che il film preferisca chiudere rapidamente il proprio discorso piuttosto che affrontarlo. Una scorciatoia che, a trovare una scusante, sembra il risultato di una fiducia eccessiva riposta nella capacità del resto del film di far percepire come naturale una conclusione che naturale, purtroppo, non è.

Alessio Vinciguerra

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