Migrazione forzata
Ripensando al successo ottenuto nel 2021 con il cortometraggio naturalistico incentrato sulla migrazione annuale degli orsi polari in Manitoba dal titolo Nuisance Bear, che dopo la fortunata anteprima al Toronto International Film Festival finì diritto nella shortlist degli Oscar, Jack Weisman e Gabriela Osio Vanden hanno capito di avere tra le mani una storia potentissima che meritava di essere raccontata e approfondita con un respiro e un metraggio più ampi rispetto ai 14 minuti precedentemente a disposizione. Sebbene il corto fosse già stato concepito come un lavoro preparatorio per un lungometraggio, nessuno dei registi aveva preventivato all’epoca un simile riscontro, tale da attirare persino l’attenzione della divisione documentari di A24, ora dismessa, che ha voluto a tutti i costi unirsi al progetto come produttrice, permettendo così ai due autori di chiudere il budget necessario per portare a termine l’opera omonima sulla lunga distanza cinque anni dopo. Quella stessa opera che, dopo avere conquistato il pubblico e la giuria del Sundance Film Festival 2026, ha ora replicato in quel di Torino, portando a casa il premio per il miglior documentario della sezione internazionale alla 29esima edizione del Festival CinemAmbiente.
Girato tra Churchill, Manitoba – autoproclamatasi la “capitale mondiale degli orsi polari” – e il villaggio artico di Arviat, una comunità prevalentemente Inuit sulle rive della Baia di Hudson, Nuisance Bear segue le crescenti tensioni che sorgono a causa della progressiva cacciata degli orsi polari dai loro habitat naturali. Questa antica rotta oggi si scontra con un mondo moderno fatto di turisti, guardie forestali, cacciatori e una gestione critica del territorio. Un contesto aggravato dagli effetti dei cambiamenti climatici che spingono l’orso, sempre più disorientato, verso gli insediamenti umani, costringendolo a destreggiarsi in una coesistenza forzata e colma di tensioni.
Con la versione estesa di Nuisance Bear i registi canadesi hanno allargato ulteriormente e di molto lo spettro del racconto, rendendolo terreno fertile per affrontare tematiche dal peso specifico rilevante che spaziano dal colonialismo al cambiamento climatico, dall’ecoturismo allo sviluppo urbano. Tutto questo ha arricchito i contenuti e permesso agli autori di ribaltare le nozioni tradizionali del documentario naturalistico che hanno come principali regole d’ingaggio la raccolta di immagini intime e spesso suggestive degli animali, in questo caso di orsi polari all’intero dei loro habitat. Non aspettatevi pertanto l’ennesimo reportage di osservazione e contemplazione alla Polar Bear, dal taglio vagamente favolistico alla Disney per intenderci, ma qualcosa capace di andare ben oltre la letteratura e la confezione già ampiamente codificate e standardizzate. L’opera in questione, che condivide tale impostazione e modus operandi con un’altra pellicola sorprendente come il recente Le chant des forêts di Vincent Munier, si trasforma in una vera e propria esperienza fisica ed emozionale, con un flusso cangiante che offre allo spettatore momenti coinvolgenti, poetici, ma anche estremamente duri e pieni di tensione (vedi ad esempio il momento della cattura e della prigionia, oppure tutti quelle scene che mostrano l’orso vagare alla disperata ricerca di cibo nelle discariche).
Weisman e Osio Vanden firmano un’opera di fortissimo impatto che con il trascorrere dei minuti, anche grazie alla performante confezione audiovisiva, acquista una potenza e un’importanza rare per progetti come questi. Sta in questa capacità di lavorare sugli opposti, essendo visivamente ammaliante e al contempo realisticamente crudo, il punto di forza di Nuisance Bear.
Francesco Del Grosso









