Pillole di Hip Hop
C’era una volta in RAI, per chi ancora lo ricorda, Un minuto di Storia, ovvero quella striscia quotidiana curata dal coltissimo giornalista goriziano Gianni Bisiach, il quale raccontava ogni giorno attraverso una sintesi assai efficace qualche evento accaduto proprio in quella data. Per ogni giorno dell’anno uno o più eventi da non dimenticare: dall’incoronazione della regina Elisabetta alla Guerra del Golfo, dalle nozze di Napoleone e Giuseppina alla fucilazione di Galeazzo Ciano, dall’uccisione di Aldo Moro a a eventi legati al cinema, alla letteratura e allo sport.
Perdonateci l’ardita parafrasi, ma questo è un po’ lo spirito, rivisitato a livello di linguaggio audiovisivo e di contenuti, che abbiamo ritrovato in Barrette, la web-serie di Valerio Sardiello in 9 episodi premiata all’Hip Hop Cinefest 2026 nella categoria Best of the Web. Appena tre minuti per ciascuna pillola, così da tracciare brillantemente e sinteticamente alcune traiettorie di figure e fenomeni legati alla cultura Hip Hop.
Fino a qualche giorno fa ne era disponibile un episodio anche sulla piattaforma del festival, lo stesso peraltro proiettato live al Fusolab nel weekend in cui è avvenuta la premiazione. Prendiamolo quindi quale campione e modello del format in questione. Montaggio ultra-rapido, formato dell’inquadratura verticale come sii usa spesso sul web, Barrette vede il video-maker Valerio Sardiello risalire alle origini dell’Hip Hop e più in particolare a quello che lui definisce il primo brano Rap “conscious” della Storia: The Message. “It’s Like a Jungle Sometimes / It Makes Me Wonder / How I Keep / From Goin’ Under”. Analizzando il testo della canzone ed offrendo agli spettatori un’interessante ricerca sulla genesi del brano, Sardiello parte dal fatto che esso sia passato alla Storia come scritto da Grandmaster Flash and the Furious Five, mentre in realtà sarebbe stato scritto solo da Duke Bootee. E da lui interpretato assieme a Melle Mel, con la loro produttrice Silvia Robbinson a spronarli a registrarlo e a completarlo, visto che loro non sembravano crederci più di tanto. Il video-maker, appoggiandosi a brevi immagini di repertorio, grafiche e rudimentali animazioni prosegue così nel suo arguto, documentato studio di quello che sarebbe poi diventato un classico dell’Hip Hop, mettendo in evidenza quanto l’identificazione della grande metropoli in “giungla di cemento” sia debitrice anche di Bob Marley & The Wailers; e qui ci si riferisce ovviamente a una delle loro canzoni più note, Concrete Jungle.
“Broken Glass / Everywhere / People Pissin’ on the Stairs / You Know They Just Don’t Care”. Molto stimolante è il modo in cui Sardiello va avanti ad analizzare il testo passando in rapida carrellata scene di degrado urbano, riferire alla New York dell’epoca, come pure il loro legame con gli stati d’animo espressi da chi ha creato il brano, così da dare vita a uno “storytelling” simile a come lo intendiamo oggi. “A Child is Born / With No State of Mind / Blind to the Ways / of the Mankind / God is Smilin’ on You / But He is Frowin’ too / Because only God / What You’ll Go Through”. I versi più forti e più duri sotto il profilo esistenziale sono in fine il pretesto di un notevole excursus filosofico, da parte del videomaker italiano, con rimandi che si spostano agilmente da Stevie Wonder all’empirismo inglese e a John Locke, addirittura, dimostrando così come un’analisi multidisciplinare possa giovare alla comprensione di qualsiasi fenomeno.
Stefano Coccia






