Bambini elettrici sognano pecore in scatola
Nell’abbondanza di cinema giapponese presente al Festival di Cannes 2026 non poteva mancare il vincitore della Palma d’Oro 2018 per Shoplifters. Stiamo parlando di Hirokazu Koreeda, che avevamo lasciato tre anni fa con Monster, film in cui, come avevamo osservato proprio dalla Croisette, aveva tentato di rinnovare il proprio cinema affidandosi per la prima volta a uno sceneggiatore esterno, Yuji Sakamoto. Forse quell’esperimento non è stato percepito come pienamente riuscito, perché con il nuovo Sheep in the Box, in concorso per la Palma d’Oro, Koreeda è tornato a scrivere da solo la sceneggiatura.
Il film appare infatti perfettamente coerente con il Koreeda della sua stagione più ispirata: il cinema dei riverberi dell’esistenza, dei lutti familiari e delle loro interminabili elaborazioni, delle assenze che continuano a gravare sul nucleo domestico dopo la scomparsa di chi ne faceva parte. Paradossalmente, è proprio la fantascienza a permettere all’autore giapponese di ritrovare sé stesso. Una fantascienza tenue, quasi sommessa, che non cerca mai l’effetto spettacolare, ma utilizza il futuro come semplice prolungamento del presente. L’intelligenza artificiale, i droni, i televisori hi-tech: tutto appartiene già al nostro orizzonte contemporaneo. Invece di immaginare una metropoli futuristica alla Blade Runner, Koreeda apre il film con l’immagine di una tranquilla città costiera osservata dall’alto, attraversata da droni che trasportano pacchi. È il naturale approdo della società iperconnessa della logistica globale, dove l’universo di Amazon pervade tutto. Questo e pochi altri sono i segnali esteriori della collocazione del film in un futuro prossimo. A eccezione delle architetture progettate dall’architetta Otone, la protagonista, forme geometriche pure, essenziali, quasi escheriane, elaborate attraverso plastici costruiti nel suo studio domestico, la città del film resta una tipica cittadina giapponese. Otone e il marito Kensuke ricevono dapprima un pacco, poi la visita diretta di un veicolo della società REbirth: al suo interno si trova una copia perfettamente identica del loro figlio Kakeru, morto a due anni in un incidente stradale. La tecnologia sembra così aver trovato il modo di resuscitare i morti, o perlomeno di crearne simulacri indistinguibili dagli originali, persino nei pensieri e nei comportamenti. Non solo: il bambino artificiale ricorda anche quando il suo alter ego reale è morto. Koreeda ha raccontato di essersi ispirato a un fatto realmente accaduto in Giappone: la realizzazione di una nuova canzone interpretata tramite IA dalla voce di un celebre cantante defunto.
Sono i genitori stessi che definiscono ironicamente questa tecnologia un nuovo Tamagotchi ovvero quel giocattolo giapponese molto popolare, e discusso, negli anni Novanta che si basava sulla simulazione elettronica di una creatura vivente. E proprio quel giochino rappresenta quel connubio tra la tradizionale cultura animista dello shintoismo giapponese e le tecnologie ultramoderne, nella possibilità di immettere un soffio vitale nella sostanza inanimata. Colpisce ancora una volta quanto Koreeda rimanga profondamente radicato nella cultura giapponese, laddove altri grandi autori contemporanei, come Kōji Fukada o Ryusuke Hamaguchi con le loro opere passate sulla Croisette quest’anno, sembrano invece orientati verso una maggiore contaminazione con sensibilità occidentali. In Sheep in the Box ritornano riferimenti a tifoni, tsunami e catastrofi naturali, evocati anche attraverso le notizie radiofoniche, quasi a richiamare quella lunga memoria storica giapponese in cui il vento divino, il kamikaze, salvò l’arcipelago dalla flotta mongola. C’è poi un richiamo alla classicità del cinema nipponico: la vicenda è ambientata a Takano, distretto di Ōfuna, luogo mitico per la storia della Shochiku e dei suoi leggendari studi cinematografici, culla del cinema di Yasujirō Ozu e di tutta una tradizione a cui Koreeda continua idealmente ad appartenere. Kakeru conosce a memoria linee ferroviarie e stazioni, incarnando un altro grande mito giapponese: quello della capillare rete ferroviaria, simbolo storico di efficienza e continuità nazionale. Ma proprio i binari, le sbarre dei passaggi a livello finiranno per segnare anche il momento della separazione.
Accanto alla tecnologia, il film attribuisce enorme importanza alla natura. L’albero di agrumi piantato alla nascita del figlio ne misura simbolicamente la crescita e il trascorrere del tempo. E gli alberi ricorrono molto nel film, forme di vita che possono durare secoli come quel legno di cipresso di 300 anni. Gli alberi che sono vivi anche se muoiono, che condividono nutrienti e informazioni tra di loro e con l’ambiente rappresentando una sorta di sistema circolatorio della natura. Koreeda sceglie un elemento della cultura occidentale, Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, per mettere in discussione questa illusione di reincarnazione tecnologica e l’utopia di sconfiggere la morte. Il titolo Sheep in the Box richiama infatti la celebre scena in cui il Piccolo Principe chiede al narratore di disegnargli una pecora. Dopo vari tentativi, il narratore disegna semplicemente una scatola dicendo: «La pecora che vuoi è dentro». Il bambino ne è felice perché riesce a immaginare da sé la pecora invisibile. Quelle pecore invisibili diventano così il simbolo dell’immaginazione che l’umanità rischia di perdere proprio a causa di tecnologie come l’IA. Proprio Kakeru che appare esteriormente come un bambino normale, ma basta aprirne il corpo per trovarvi una comune batteria. Guardando alla filmografia di Koreeda, Sheep in the Box sembra proseguire riflessioni già presenti in opere precedenti, come Air Doll, incentrato su una bambola gonfiabile che acquisisce un’esistenza umana, oppure l’episodio Latter Days della serie Kaidan Horror Classics, dove un bambino morto riappare come fantasma ai genitori devastati dal lutto. Tra tatami e droni, tradizione e intelligenza artificiale, Koreeda realizza così un film che sembra riportarlo alla pienezza del suo cinema migliore.
Giampiero Raganelli









