Alla ricerca del barlume di speranza
La scienza viene avvertita spesso come qualcosa di lontano da noi, tanto più se si tratta di scoperte apparentemente ‘minuscole’. Per il suo debutto dietro la macchina da presa dal titolo Antartica – Quasi una fiaba, dopo una lunga e notevole carriera teatrale, Lucia Calamaro ci fa entrare all’interno della base Sidera una piccola comunità di scienziati in Antartide e per questo irraggiungibile per otto mesi l’anno. La percezione è che si stia cercando qualcosa di cui non si ha ancora contezza ma che possa essere determinante per il futuro della specie. L’arrivo di Maria (Barbara Ronchi), con guizzi geniali e cocciuta, metterà in crisi i progetti del capomissione Fulvio Cadorna (Silvio Orlando), suo mentore. Lei e Rita (Valentina Bellè) iniziano a sperimentare facendo squadra, con la prima che deve conquistare la fiducia dell’altra perché ‘molli’ la presa e ‘sacrifichi’ qualcuno che le è caro per un obiettivo. Lo sguardo della Calamaro ci fa vivere la creazione di questa complicità, ci fa entusiasmare e questa è una chiave di volta, forte anche del lavoro di scrittura (condiviso con Marco Pettenello). Dall’altro lato ci mostra come la quotidianità, in una situazione così isolata, sia fatta di una routine in cui si può creare davvero tanto – forse troppo – spazio per riflettere sulla propria esistenza. «Il tempo è una cosa incredibile che ci tortura. Lo vediamo passare sul nostro corpo quando i bambini crescono, o in modi molto strani quando tutto sembra estraneo e allora capiamo che siamo vecchi. Il tempo è un’entità addomesticabile, soprattutto negli universi scientifici. C’è una misura del tempo che è riconducibile all’umano. Lo sforzo degli scienziati che stanno in questa base antartica è domare, a loro modo e almeno un po’ il tempo», ha dichiarato la regista durante la presentazione in anteprima al Bif&st 2026.
Chi ha avuto modo di vedere gli spettacoli scritti e diretti da Lucia Calamaro riconoscerà anche in questo suo esordio per il grande schermo un mix tra poeticità e sprazzi di ironia e la costruzione di ‘isole felici’ con sdraio che richiamano anche pièce come “Si nota all’imbrunire” con lo stesso Silvio Orlando.
Fulvio e Maria sono simili di carattere, anche perché un legame che va oltre quello di insegnante-allievo, li unisce. Lui sta rincorrendo l’ambizione di creare una ‘città del ghiaccio’; lei sembra stia lavorando su qualcosa di infinitesimale ma che potrebbe essere rivoluzionario. Gli interessi, quindi, si dividono e, di fronte alla questione molto concreta dei finanziamenti per la ricerca, si crea un conflitto (tra i due e di riflesso nel gruppo), non solo scientifico, ma anche ideologico e affettivo. Entra in scena così l’idea di società democratica in cui tutti i componenti devono prendere posizione e votare quale progetto sposare.
«La mia sfida in Antartica è stata, nel mio piccolo e con quell’estrema bonomia, simpatia e affetto che ho nei riguardi della pochezza dell’animale umano, raccontare una speranza. Una speranza di eternità che viene dallo scioglimento del Permafrost: da un male, un bene. Se il verme del ghiaccio ha attraversato il tempo, può farlo anche l’umano. O almeno, può provarci». Salvo alcuni momenti più didascalici, ci sentiamo di dire che la sfida sia stata superata, merito anche di carezze al cuore che la Calamaro sa donare, grazie anche alla capacità di direzione degli interpreti. Completano il cast Simone Liberati, Lorenzo Balducci ed Enrico Borello.
Maria Lucia Tangorra









