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God Will Not Help

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VOTO: 7

Il diavolo in testa

Dopo il più che favorevole esordio con Quit Staring at My Plate, a dieci anni di distanza Hana Jušić è tornata dietro la macchina da presa per dirigere God Will Not Help (Bog nece pomoci), un’opera seconda che le ha dato e le continua a dare non poche soddisfazioni visti i prestigiosi riconoscimenti raccolti nel circuito festivaliero internazionale. La pellicola si è infatti aggiudicata il premio per il miglior contributo artistico nella sezione Meridiana della 17esima edizione del Bif&st, bissando quello per la migliore interpretazione attribuito ex-aequo alla coppia formata da Manuela Martelli e Ana Marija Veselčić in occasione dell’anteprima mondiale al 78° Festival di Locarno. Riconoscimenti, questi, che rispecchiano appieno quelli che sono i valori in campo e i punti di forza del film in questione.
Ambientato all’inizio del Novecento nella Zagora dalmata, nella Croazia occidentale, il film colpisce soprattutto per la sua protagonista, interpretata con ipnotica e intensa partecipazione dalla già citata Martelli, e per quei pochissimi personaggi femminili che animano un plot che, tra le varie tematiche trattate, approfondisce quella della condizione delle donne all’interno di un contesto patriarcale. God Will Not Help ruota e sviluppa intorno a un conflitto interiore, declinato al femminile, che si riflette nel rapporto tra una comunità isolata di pastori rigidamente strutturata e il territorio selvaggio e inospitale che la accoglie. Come Quit Staring at My Plate anche qui si tratta di una storia familiare, sebbene con sfumature mistery, che racconta di persone dure come le montagne da cui provengono. Tra queste prova a farsi spazio una donna cilena che dice di chiamarsi Teresa e di essere la vedova di uno dei fratelli emigrati, morto in un incidente in miniera. Il suo arrivo, avvolto nel mistero e con un segreto inconfessabile alle spalle, cambia le dinamiche tra i membri della comunità, porta agitazione, scompiglio e lentamente scioglie le norme pietrificate di quelle persone implacabili che l’hanno accolta, ma anche ispirazione per le altre donne e un senso forte sorellanza che fa spirare vento di libertà.
Nel film si assiste al graduale scardinamento di questo rigido “sistema” imperante attraverso le dinamiche narrative e drammaturgiche di un’opera che si regge su una tensione latente destinata a implodere solo nelle fasi finali, ossia quando la verità verrà finalmente a galla. Nel mentre l’autrice porta alle luce quelli che sono gli altri temi principali, tra cui la ricerca della fede e il suo smarrimento, il senso di colpa e l’espiazione, ma soprattutto la difficoltà della comunicazione che non è solo verbale, ma anche quell’incapacità a relazionarsi sul piano affettivo, sentimentale e caratteriale. Da subito e per l’intera timeline, i personaggi parlano idiomi differenti e il linguaggio rappresenta un ostacolo tangibile alla loro comprensione, con il timore della diversità, declinata nella diffidenza e del pregiudizio nei confronti dello straniero, diventano motivo ulteriore di tensione.
Sul suddetto iato la regista croata costruisce l’architettura di un racconto dove simbolismo e dilatazione dei tempi dettano le regole d’ingaggio. Regole rigide alle quali God Will Not Help chiede di sottostare, pena l’allontanamento. La mancata accettazione ha come effetto collaterale il respingimento del fruitore, con quest’ultimo che potrebbe essere messo a dura prova dal ritmo a passo d’uomo che spinge il racconto oltre le due ore. Questo perché quella firmata della Jušić è un’opera fatta prevalentemente di immagini e atmosfere, con le prime tanto magnetiche quanto esteticamente e visivamente impattanti che dominano su tutto. Un tutto che prende forma e sostanza audiovisiva attraverso un forte contrasto tra luce e oscurità, torce, stelle e ombre, villaggio e montagna, giorno e notte, dettato dalla bellissima fotografia di Jana Plećaš.
È indubbiamente un’opera assai complessa, che si distingue per un approccio ricco di informazioni e spunti interessanti, ulteriormente valorizzato da immagini studiate fin nel minimo dettaglio. Pur non essendo immediata riesce comunque a catturare lo spettatore e a farsi rispettare. Interroga lo spettatore critico, pone domande ed esige risposte, lasciando ampio spazio all’interazionetra destinatario e mittente.

Francesco Del Grosso

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