Rinunciare ai sogni non ti salverà
L’aspetto più deprimente di Laundry, presentato in concorso al 35° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, è che la sua demoralizzante rappresentazione del razzismo è ambientata nel non così lontano 1968, in una Johannesburg dove il sistema di segregazione sociale dell’Apartheid è rimasto pratica comune fino al 1993. Siamo di fronte a una vera e propria prigione a cielo aperto, dove persino le linee degli autobus sono sdoppiate dalla “necessità” di separare i passeggeri.
La regista Zamo Mkhwanazi, allieva di prestigiose realtà di formazione come il Toronto Talent Lab e Berlinale Talents, si è conquistata per il suo lungometraggio d’esordio un’anteprima mondiale nella sezione Discovery del Toronto International Film Festival 2025; non c’era posto migliore del FESCAAAL per custodire e diffondere ulteriormente questa storia, ispirata dalle vite dei suoi nonni. Cinema visceralmente politico, dai toni caldi e dai movimenti di macchina consapevoli, ma anche un cinema che non manca di trattare con dignità i suoi personaggi concedendo (a loro e allo spettatore) tregue momentanee dalle disgrazie che, contrariamente alle aspettative del genere, non finiscono mai per definirli. Ci troviamo a Johannesburg, dove il talentuoso sedicenne Khutala sogna una carriera nella musica nonostante tutto nella sua esistenza sembri suggerire che sia destinato a prendere il posto del padre nella lavanderia di famiglia, pericolosamente situata in un quartiere riservato ai bianchi. Questo privilegio, se così vogliamo etichettarlo, è stato ottenuto grazie allo status di “nativo con esenzione” del padre, sudafricano che all’occorrenza può sfoggiare una medaglia che ne attesta le concessioni speciali. Tuttavia, come si può facilmente intuire, un pezzo di ferro non li terrà al sicuro per sempre dall’odio viscerale che i detentori di potere bianchi covano verso i neri, e ben presto le aspirazioni di Khuthala, così come le fragili certezze di tutta la sua famiglia, saranno messe alla prova da una serie “sfortunata” di eventi legati al crescente clima di discriminazione.
Al di la di quanto sia inflazionato l’espediente della musica in questo tipo di narrazione — mai che un protagonista sia dilaniato tra aspettative familiari e passioni meno canoniche come il bricolage — è fin troppo conveniente che gli avvenimenti vengano innescati dall’ingresso in lavanderia di una famosa cantante locale, che scopriamo essere l’ex compagna del padre venuta per lasciargli un messaggio all’interno delle pieghe di un abito: un invito per suonare a Chicago con la sua band al fianco di illustri nomi quali Nina Simone, con cui lascia intendere che la sua partenza è imminente. La lettera viene intercettata da Khutala, creando i presupposti per un confronto tra i doveri morali imposti dall’affetto che prova per la sua famiglia, e l’egoismo che permetterebbe al ragazzo di soddisfare i propri sogni.
Laundry è un’operazione di memoria fondamentale in questo preciso periodo storico, un racconto in cui i sogni sono un lusso che si configura come una lezione sull’importanza del sacrificio. È particolarmente ammirevole come questo debutto, pur muovendosi all’interno di coordinate narrative familiari, riesca a far sentire sulle spalle dello spettatore il peso delle scelte individuali. Il tutto, in un contesto dove non trova spazio l’autodeterminazione. Il punto di forza sono la sincerità delle emozioni in gioco, amplificate in un’occasione particolare da una scena musicale in cui la regia è quasi in grado di stupire, e il senso di catarsi è dietro l’angolo. “Quasi” e “dietro l’angolo”: sono queste le parole chiave che riassumono un’esperienza cinematografica difficile da criticare a livello oggettivo, ma che non si azzarda mai davvero a battere territori inesplorati.
Alessio Vinciguerra









