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Those Who Watch Over

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VOTO: 7,5

Come da tradizione

A Bruxelles, da sempre città caratterizzata da una natura multiculturale, esiste un cimitero interconfessionale, il primo al mondo, in cui gli immigrati arrivati, accolti e residenti in terra belga, una volta deceduti, possono essere sepolti secondo i propri riti funebri non cristiani. È qui che riposano le spoglie mortali di uomini e donne immigrati provenienti dalle diverse latitudini, ed è sempre qui che i cari si recano per vegliare sulle loro tombe. Un luogo, questo, destinato principalmente alla sepoltura di persone di fede musulmana o ebraica, ma che ben presto è diventato un punto di riferimento per l’intera comunità ortodossa. Si tratta di un habitat eterogeneo dove le persone si scambiano datteri ripieni e aneddoti, ma soprattutto profondo rispetto per la sofferenza e per l’amore altrui.
Da qualche anno lì riposa anche la madre di Karima Saïdi, cineasta di origini marocchine che, nel nuovo documentario dal titolo Those Who Watch Over (Ceux qui veillent), presentato nella sezione Visti da vicino della 44esima edizione del Bergamo Film Meeting, ha voluto rendere omaggio a quel posto immergendo lo spettatore nelle topografie fisiche ed umane, in un’autentica babele di volti, storie, idiomi, culti, tradizioni ed emozioni. Attraverso rituali personali e narrazioni immaginative, il film rivela come i defunti proteggano e guidino i loro discendenti, favorendo un dialogo tra passato e presente in un luogo che onora la pluralità dei legami culturali e familiari. Così facendo i primi, ora sepolti nella loro terra d’accoglienza, continuano a influenzare e a restare in relazione con i vivi.
L’autrice realizza un documentario che mescola con grande equilibrio l’osservazione e il talking heads, senza che le due modalità di racconto entrino mai in conflitto. Alla rigorosa contemplazione e all’ascolto della macchina da presa, caratterizzati dall’attenzione e dal rispetto costanti nei confronti della privacy mediante la scelta della giusta distanza dalla quale filmare i soggetti, si vanno ad aggiungere la raccolta di breve testimonianze di coloro che quotidianamente vanno a vegliare (da qui il titolo del film). Con estrema sensibilità la cinepresa della Saïdi entra ed esce dallo spazio vitale della veglia e della dimensione più intima per catturare il dialogo fattodi silenzi, gesti e momenti di preghiera, senza mai violarli con escamotage voyeuristici o di spettacolarizzazione del dolore. Anche quando il rischio di invadere quello spazio si fa più alto, come nel caso delle scene dei funerali, la Saïdi trova comunque il modo per filmare quei momenti così delicati. Il valore aggiunto dell’opera sta dunque nel rispetto di cui sopra con il quale viene raccontato per immagini, suoni e parole, il rapporto invisibile e la comunicazione tra la vita e la morte.
In Those Who Watch Over la macchina da presa non abbandona mai il microcosmo del cimitero, restando nello scorrere dei giorni e delle stagioni sempre all’interno dei suoi confini. Il ché ha permesso, a seguito di una scelta ben precisa e coerente della regista, di concentrarsi sulle presenze umane materiali (comprese quelle di chi gestisce il cimitero e di coloro che si occupano della manutenzione e delle sepolture) e immateriali che popolano e animano quel luogo sacro. Il risultato è un apprezzabile documentario dall’approccio antropologico che emotivamente lascia il segno.

Francesco Del Grosso

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