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Wolves

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VOTO: 7

Cieche dissonanze

È sempre complesso, al cinema, andare a trattare in modo soddisfacente temi spesso fatti oggetto di strumentalizzazioni e stereotipizzazioni da parte dei media, magari assurti alla ribalta delle cronache solo quando si legano a particolari episodi di devianza e/o cronaca nera. Uno di questi macro-temi è senz’altro il panorama della musica heavy metal più dura (in particolare nel suo sottogenere più radicale, quello del black metal) e delle sue possibili, specifiche e a volte problematiche declinazioni ideologiche. Nel valutare questo Wolves, presentato nel cartellone del torinese SeeYouSound International Music Film Festival 2026, va quindi dato innanzitutto atto al regista elvetico Jonas Ulrich (qui al suo esordio in un lungometraggio) di un notevole coraggio – un coraggio che assume un valore ancor maggiore in quanto si tratta di un’opera prima. Al centro della trama, infatti, c’è proprio il contatto – qui più subito che ricercato – di una giovane appassionata del genere con un cantante che scopriamo presto essere legato all’area del NSBM (National Socialist Black Metal), che viene ingaggiato come nuovo vocalist dalla band in cui milita il cugino della ragazza. Seguiamo così la ventenne Luana (Selma Kopp), un lavoro in un asilo nido, un padre gravemente malato e un rapporto difficile con la madre, mentre subisce il fascino dapprima artistico, poi personale di Wiktor (interpretato dall’attore polacco Bartosz Bielenia), arrivando a seguire la band in tour e a iniziare col cantante una tormentata e sempre più ossessiva relazione. Una relazione che non sembra essere scalfita neanche dai moniti delle persone vicine a Luana, dal carattere instabile dell’uomo e dalle sue sempre più evidenti, oscure dedizioni.

Ha un tipico mood da dramma scandinavo, Wolves, sia nella raffigurazione di personaggi dai contorni oscuri e tormentati, ma non privi di una singolare fragilità (qui i due protagonisti, che finiscono loro malgrado per monopolizzare quasi la scena) sia per i contorni della messa in scena, segnata – anche grazie all’ottimo lavoro del direttore della fotografia Tobias Kubli – da un particolare mix di crudezza ed eleganza. Due elementi, questi ultimi, che sono ben esemplificati da una delle prime sequenze del film, in cui vediamo la giovane Luana, appassionata di fotografia, scattare la foto del cadavere di un animale selvatico durante un’escursione nel bosco: la bellezza incontaminata dei paesaggi – elemento che tornerà lungo tutta la durata del film – associata alla decadenza e alla morte, a loro volta portatrici di un’oscura eppure innegabile fascinazione. Una dialettica, questa, che ritroveremo durante la tormentata relazione della ragazza con Wiktor, plasticamente espressa dal contrasto tra i toni iperrealistici della fotografia durante le esibizioni della band, e il ricercato naturalismo dei paesaggi – spesso coperti dalla neve – che fanno da sfondo alla relazione tra i due. Al centro c’è l’incontro/scontro tra il mondo di Luana e quello di Wiktor, perseguito dalla protagonista con una tenacia quasi ossessiva, a dispetto di tutti gli elementi che spingerebbero nella direzione contraria: per tutta la prima parte del film, infatti, la macchina da presa sta quasi incollata fisicamente al corpo della ragazza, la pedina con lunghi piani sequenza da presso atti a mettere in evidenza da un lato il suo isolamento, dall’altro il suo carattere di “aliena” in un mondo (maschile e autoreferenziale) che sembra costantemente respingerla. Un mondo in cui solo l’ossessivo – eppure sincero – trasporto per la figura di Wiktor riuscirà ad aprire una crepa.

Nel delineare il personaggio di Luana, la sceneggiatura firmata dallo stesso Jonas Ulrich gioca con l’understatement, non ne esplicita mai le motivazioni e riduce al minimo le sue linee di dialogo: una scelta a nostro avviso funzionale a far emergere la fragilità inconsapevole (spesso infantile) del personaggio, ma anche ad esaltare quel non verbale – sottolineato attraverso le menzionate scelte di regia – che ne evidenzia l’isolamento e la relazione di tossica subalternità col musicista. In questo, la giovane attrice svizzera Selma Kopp (a sua volta esordiente) approccia il personaggio al meglio, stabilendo una buona alchimia, narrativa e scenica, col più esperto e rinomato Bartosz Bielenia (lo ricordiamo per il dramma Corpus Christi, diretto da Jan Komasa). Laddove questa comunque interessante opera prima di Jonas Ulrich pecca, probabilmente, è nella solo abbozzata descrizione del contesto sociale in cui si muove la protagonista a inizio film, nonché nella poco convincente resa della sua realtà familiare: se è vero che il carattere enigmatico di Luana rafforza la funzionalità narrativa del personaggio (e del suo incontro/scontro col mondo di Wiktor) è pur vero che il rapporto coi genitori, e in particolare con suo padre (che scopriamo essere a sua volta musicista, e condividere gusti musicali e interessi della ragazza) meritava senz’altro qualche passaggio in più. Efficace quando vuole essere un peculiare dramma “romantico”, e una radiografia fictionalizzata di una particolare scena musicale underground – ben contestualizzata, peraltro, nell’onnipresente contesto dei social media – Wolves non riesce a funzionare altrettanto bene come coming of age e dramma sulla ribellione: delle spigolosità caratteriali del personaggio di Luana, quando si rivolgono ai membri della sua famiglia, non riusciamo a intuire appieno le motivazioni – ma questa enigmaticità sembra essere un limite di scrittura, più che una scelta.

A dispetto di una sceneggiatura per certi versi poco calibrata, Wolves opera comunque una buona sintesi tra i filoni del dramma sentimentale post-adolescenziale, i frammenti (pur solo abbozzati) di coming of age espressi dall’arco narrativo della protagonista, e la descrizione antropologica di una realtà – e di una specifica comunità come quella del black metal locale – generalmente poco esplorata dal cinema. In questo, lo sguardo dell’esordiente Ulrich (curiosa, ma pertinente, la condivisione del cognome con lo storico batterista dei Metallica, Lars Ulrich) è intelligentemente equilibrato e non giudicante, riuscendo anche a sottolineare gli effetti ambivalenti della “vetrinizzazione” da social su una scena musicale che era nata con altre – e per certi versi opposte – coordinate culturali. Che persino il black metal sia “instagrammabile”, insomma, può suonare (letteralmente) strano ai musicofili con qualche anno in più; eppure, a ben pensarci, il contrasto (che a ben vedere potremmo estendere a tutta la scena rock più underground) è più apparente che sostanziale. E la stessa, implacabile vetrinizzazione – quella che espone senza pietà al giudizio dei follower tanto un tatuaggio quanto un gesto compiuto dal palco, decretando la rovina per colpevoli e innocenti – non riesce a rendere meno “cieca” la protagonista di fronte all’oscurità in cui si sta immergendo: proprio lei, che dispone teoricamente di un “occhio” in più (quello della macchina fotografica e/o dello smartphone, con cui scatta le foto della band mentre si esibisce). Un paradosso, probabilmente voluto, su cui certo vale la pena riflettere.

Marco Minniti

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