Another Brick in the Wall
La proiezione serale di martedì 3 febbraio al Cinema Greenwich è stata anche per quanto ci riguarda, la storia di un “incontro”. Ad incontrarsi sono state, in qualche modo, due delle realtà correlate alla ricerca documentaria che noi di CineClandestino seguiamo e sosteniamo, da anni, con più fervore: da un lato la rassegna “Solo di martedì”, forse il più importante “megafono” per il cosiddetto “cinema del reale” (vedi i precedenti appuntamenti con Bocca d’inferno, Tempo d’attesa, Cose che accadono sulla terra, eccetera eccetera) attualmente presente a Roma; dall’altro la coraggiosa e “barricadera” produzione documentaria avviata circa un decennio fa da Federico Greco e Mirko Melchiorre con PIIGS (cui aveva contribuito anche Adriano Cutraro), proseguita poi con l’ancor più vibrante C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando e approdata infine con l’appena sfornato D’Istruzione pubblica a una potenziale “trilogia”. Cinema militante allo stato puro, come si accennava poc’anzi. Ma se gli autori decidessero di portare avanti la loro missione occupandosi anche di “riarmo europeo” e di più o meno latente militarizzazione della società, come suggerito da qualcuno in sala? Certo, per una serie di ragioni abbastanza facili da intuire risulterebbe un’impresa più difficile delle altre, specialmente da parte di una piccola produzione indipendente. Certo, si romperebbe lo schema appena abbozzato della “trilogia”, ma di questo poco importa e del resto un personaggio del calibro di Douglas Adams, lo ha ricordato Federico Greco durante il Q&A con il pubblico, ha già ironicamente infranto tale tabù nei suoi libri. Per cui sognare si può.
Teniamoci intanto stretti D’Istruzione pubblica. Altro tassello di una comprensibilmente feroce critica alle troppe ingiustizie create dal “neoliberismo” moderno, che gli autori propongono con indubbia coerenza in ogni loro film: qui è di scena la scuola. O meglio, il progressivo assalto all’essenza stessa della scuola pubblica, condotto in Italia tanto dai governi di centro-destra che da quelli di centro-sinistra, nelle ultime tre decadi, col risultato di minare alle fondamenta l’apprendimento nelle nuove generazioni e asservirle così più facilmente ai tristi dogmi del turbo-capitalismo imperante.
Piccolo inciso, la visione del film ha creato un certo turbamento anche in sala; e con esso le prime spaccature tra il pubblico, quasi a replicare un’atmosfera da anni ’70. Un primo, lodevolissimo risultato Federico Greco e Mirko Melchiorre lo hanno quindi raggiunto, già alla seconda proiezione pubblica (la prima assoluta era stata la sera precedente a Torino) del loro documentario. Ma di questo parleremo più avanti, giacche come siamo soliti ripetere fino allo sfinimento esistono per noialtri una Storia del Cinema e una micro-storia, non meno importante, delle singole proiezioni.
Parliamo ora del film. Partendo proprio dalle inconfondibili note di Another Brick in the Wall. Nell’incalzante prologo la celebre canzone dei Pink Floyd, eseguita dai Pink’s One e gentilmente concessa dallo stesso Roger Waters, grande sostenitore del cinema di Federico Greco e Mirko Melchiorre dai tempi di C’era una volta in Italia, fa un po’ da biglietto da visita per i principali temi esplorati nel corso del documentario. Le virtù “profetiche” di tale brano ne escono così ribadite e persino rinvigorite. Difatti, quella tendenza alla massificazione, alla coercizione e al livellamento verso il basso, da parte delle autorità, che la band britannica aveva mirabilmente e intuitivamente colto nella sua fase aurorale, ha trovato successivamente sbocco in tutto l’Occidente attraverso quelle politiche, affermatesi in modo ancor più pervicace dopo il crollo del Muro di Berlino, volte a indebolire il pubblico in favore del privato anche nel settore così delicato dell’istruzione. Coi tragici, desolanti risultati che chi ha un minimo di confidenza col mondo della scuola conosce bene. Specie in Italia, dove l’impatto sugli studenti di tutte le età è stato particolarmente devastante….
Una storia del genere aveva bisogno tuttavia di qualche “villain” coi fiocchi, per essere raccontata fino in fondo. E i trascorsi recenti del nostro paese non ci hanno certo lasciato a secco di tali figure. Con l’ironia già esibita nelle precedenti produzioni cinematografiche, gli autori fanno ricorso addirittura all’animazione per introdurre i tristi aedi della scuola ricondotta, sulla falsariga del pessimo archetipo statunitense, verso il modello “azienda”. Siano essi personaggi riconducibili a una matrice “di destra” o “di sinistra”, ammesso che oggigiorno una tale dicotomia abbia ancora qualche significato reale, verificabile. I danni compiuti dalle loro azioni di governo sono stati ad ogni modo enormi. In D’Istruzione pubblica li vediamo ridotti a caricature e inseriti attraverso l’animazione in un contesto alla Star Wars, noto pallino cinefilo dello stesso Federico Greco, qui necessariamente riorientato verso il “Lato Oscuro”: da un cinico Berlusconi con le sue improbabili ministre al rottamatore/demolitore Renzi fautore peraltro della pessima Alternanza Scuola-Lavoro (cui si deve un numero impressionante di “morti bianche”, tra i giovanissimi), passando per uno dei peggiori Ministri dell’Istruzione del Dopoguerra nonché traditore dei valori residuali della Sinistra, Luigi Berlinguer. Non è certo un caso che, citando di sguincio l’altrettanto nota passione degli autori per Kubrick, lo si sia voluto disegnare a cavalcioni di una bomba e con un cappellaccio da cowboy al pari dell’iconica figura del Maggiore Kong (a.ka. Slim Pickens) ne Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba.
Dalla pars destruens passiamo però alla pars costruens, all’interno di un discorso decisamente articolato che vede anche sporadici esempi positivi scendere in campo. Sebbene in tale fase storica l’imperialismo e il capitalismo più sfrenato sembrino aver non semplicemente vinto, ma addirittura trionfato, costruire una ribellione dal basso è sempre possibile. O almeno auspicabile. Così gli autori del documentario, concedendo alle interviste e alla ricognizione della vita nelle aule scolastiche un tempo più dilatato, disteso, rispetto a quanto ci avevano abituato nei precedenti lavori, hanno finito per collezionare illuminanti incontri con insegnanti, presidi, alunni, giuristi, filosofi ed esperti di pedagogia, ognuno dei quali presenta un’analisi assai preoccupante ma al contempo costruttiva dei problemi che affliggono la scuola e magari anche una rosa di possibili antidoti a quel declino che, dati alla mano, sembrerebbe sennò inarrestabile. Inarrestabile, sì, al pari di quello cui sta andando incontro una cultura “umanistica” che (assieme all’uso del corsivo, pensate un po’) è finita nel mirino degli alfieri di politiche culturali tese alla parcellizzazione delle conoscenze, all’esaltazione delle “specializzazioni”, alla grottesca celebrazione di una supposta “inclusività”, tutti strumenti atti a creare col tempo un esercito di schiavi dalle facoltà intellettive ottenebrate. Non più “cittadini” e neanche essere umani dalla reale autonomia di pensiero.
Davvero mozzafiato sono in tal senso gli interventi di Miguel Benasayag, filosofo, psicanalista ed ex guerrigliero argentino, naturalizzato francese, il cui pensiero spazia sull’argomento con un piglio concreto e senza peli sulla lingua. Tutte doti che possiamo ravvisare anche in colui che può essere considerato in qualche misura il protagonista del film, vista l’assiduità – e soprattutto la qualità – della sua presenza sullo schermo, ossia Lorenzo Varaldo, da anni dirigente scolastico dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino (che comprende elementari e medie). Lui non ama certi neologismi e preferisce essere chiamato “preside”, potrebbe sembrare una scelta marginale, banale, ma in essa – e in molti altri dei concetti da lui espressi – si concentra un’idea precisa ed estremamente consapevole di mondo e di lotta. La lotta per impedire la distruzione dell’istruzione pubblica, la sua “aziendalizzazione”.
Se dovessimo invece ravvisare una pecca in D’Istruzione pubblica, indubbiamente ve ne possono essere vista anche la delicatezza del tema, sarebbe a nostro avviso la minore attenzione per l’accelerazione dell’attacco all’istituzione scolastica avvenuto durante “l’emergenza pandemica”, gestita come abbiamo sempre detto apertamente in modo così intransigente, scriteriato e folle da trasformare un circoscritto problema sanitario a prodromo dei peggiori autoritarismi. Nel film si fa riferimento opportunamente a quell’ambiguo (eufemisticamente parlando: potremmo dire molto peggio, ma vogliamo soprassedere e soprattutto tenere a freno la lingua) “cavallo di troia” rappresentato dai fondi del PNRR; ma il discorso si potrebbe tranquillamente allargare al protrarsi eccessivo dei “lockdown” con conseguente chiusura degli edifici scolastici, all’abuso della didattica a distanza, ai ricatti vaccinali per il personale scolastico e a tante altre infamie. Tutto questo però richiederebbe una ben più ampia durata del prodotto o forse proprio un altro documentario. E nel loro Federico Greco e Mirko Melchiorre ci hanno già infilato tanto, tantissimo.
Fin qui si è parlato del film. Concentriamoci però ora sulla proiezione e sul successivo dibattito! “Dulcis in fundo”, si fa per dire, il primo a prendere la parola durante il Q&A è stato un personaggio (più o meno) noto della capitale, del quale preferiamo non fare il nome sia per non celebrarne indebitamente l’ipertrofico ego sia perché la sua “carriera” si è nutrita fin troppo sinora di velenose apparizioni televisive e di sguaiati atteggiamenti polemici in pubblico, che per rendere omaggio alla sua fama non si è limitato ad attaccare sgraziatamente l’opera, ma ha usato epiteti negativi e spocchiosi persino nei confronti di svariati professionisti della scuola intervistati nel documentario, da lui accusati di essere inadeguati, poco importanti, persino ignoranti. Malcelato “classismo”, risibili veti ideologici, snobismo, arroganza e strisciante violenza verbale (più volte tale soggetto e alcuni degni “compari”, agendo da autentici disturbatori, hanno tentato di provocare gli autori del film su temi politici o di interrompere con strafottenza altri spettatori desiderosi di fare a loro volta un commento al microfono, possibilmente senza sfottò in sottofondo) costituiscono il biglietto da visita del classico “radical chic” capitolino, che col suo modus operandi ha almeno chiarito di quali “fascisti” si debba avere maggior timore, in questo preciso momento storico: quelli “di sinistra”, peggio se appartenenti o simpatizzanti di quella “cerchia piddina” che vorrebbe fagocitare la vita culturale della capitale più o meno con lo stesso spirito del “pijamose Roma” di Romanzo criminale.
Fortunatamente, un altro spettatore estraneo alla “buriana” scatenatasi in precedenza ha preso la parola, più avanti, per proporre agli autori un interessante, stimolante paragone con Diario di un maestro (1973) di Vittorio De Seta. Il discorso si è così spostato nuovamente sugli aspetti filmici e sui problemi della scuola, tutto quello cioè che al pubblico poteva maggiormente interessare. I “piddini” o aspiranti tali non si sono presi Roma. O almeno non si sono presi il Cinema Greenwich, che è già qualcosa.
Stefano Coccia









