Se è ancora possibile avere Fede tra le avversità del mondo
A Banjul, in Gambia, il raccoglitore di rifiuti Mohammed (Mohammed Keïta) cerca di fare il possibile per sopravvivere. Ogni mattina aggancia il carretto al suo asino Shamu, percorrendo la città in lungo e in largo e facendosi pagare per trasportare ogni genere di immondizia alla locale discarica. I pochissimi soldi servono anche a mantenere l’adorata Yama, la figlia di un anno e mezzo che Mohammed sta crescendo da solo. Infatti, la moglie dell’uomo è partita da mesi per cercare di imbarcarsi, presumibilmente verso l’Europa, ma di lei non si hanno più notizie. L’ultimo messaggio vocale risale ormai a sei settimane prima e l’ansia e il timore che sia accaduto qualcosa di terribile cominciano ad essere insopportabili.
Le giornate si susseguono e, nonostante una condizione già di estrema povertà, le cose prendono a peggiorare: non ci sono soldi per lasciare Yama in custodia ad una vicina, il cibo scarseggia e anche trovare una baracca per dormire è complesso.
Eppure, dalla parte di Mohammad c’è l’incrollabile fede in Dio, forse l’unica vera roccia cui è possibile aggrapparsi, anche quando tutto sembra andare in modo catastrofico. Una fede ostinata di chi vuole credere che il giorno successivo potrà essere migliore.
Il mondo, però, sa essere spietato e Mohammed deve prendere gravi decisioni.
Presentato in anteprima al 37° Trieste Film Festival in programma dal 16 al 24 gennaio 2026, nell’ambito del Premio Corso Salani, On Defiance, film dai tratti documentaristici, è stato realizzato dall’autore e regista Giovanni C. Lorusso seguendo una metodologia per lui collaudata con Americano! (2021) e Song of All Ends (2022). Il suo approccio, come ha dichiarato egli stesso, è stato quello di “visitare un paese senza sapere nulla del lavoro che avrei svolto. In questo caso particolare, il Gambia mi era completamente sconosciuto”. L’ispirazione è arrivata dopo circa dieci giorni, incontrando fra tanti Mohammed Keïta, un trentenne originario del Mali che, appunto, si guadagnava da vivere raccogliendo rifiuti con il suo asino. A differenza di altri, Mohammed aveva un rapporto rispettoso e affettuoso con l’animale, evitando di maltrattarlo o di sfinirlo con intere giornate di lavoro. A questo si aggiungeva un carattere gioviale e il desiderio di trascorrere i pomeriggi rilassandosi e cantando, raggiunto dalla piccola Yama, figlia dei vicini, che era desiderosa di giocare con lui. Questo singolare quadretto ha colpito Lorusso tanto da spingerlo ad immaginare una storia con questi tre protagonisti (dopo aver ottenuto, ovviamente, il permesso della famiglia di Yama per poter far recitare anche la bimba). Una vicenda (la cui lavorazione ha richiesto un mese) dove si affronta un concetto filosofico religioso: il rapporto tra comprensione analitica e comprensione religiosa del mondo. L’idea prende le mosse dall’opera “Timore e tremore”, pubblicata nel 1843 dal filosofo Søren Kierkegaard. In essa, l’autore si interroga sulla sospensione teleologica dell’etica, ovvero su quanto sia possibile seguire Dio, offrendoGli devozione assoluta, venendo meno però ai propri principi etici. Per far questo, Kierkegaard riflette sulla parabola di Abramo che, pur di seguire quanto richiesto dal Signore, è disposto ad uccidere il proprio figlio Isacco. E’ proprio questo famoso episodio biblico che viene citato in apertura della pellicola, un passaggio che assume un significato solo durante il finale.
Aldilà della riflessione filosofica, che per lo spettatore può anche risultare criptica nel suo svolgimento, a colpire in questo lavoro è la cura con cui viene rappresentato il mondo in cui si muove Mohammed: una città povera oltre ogni immaginazione, di emarginati, di solitudini sotto un sole cocente. Pochissime sono le parole scambiate durante l’ora e un quarto di durata, perché è la forza delle immagini a essere architrave della narrazione, poetica, malinconica e senza nessun desiderio di abbellire un’esistenza svanisce ogni speranza. Una fotografia suggestiva unita a lunghi piani sequenza, con pochissime concessioni alla colonna sonora.
Non un film facile per il pubblico contemporaneo, ma dotato di una forza attrattiva che spinge a numerose riflessioni, anche quando si fa ostico nel suo messaggio.
Massimo Brigandì









