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The Journey to No End

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VOTO: 7

Un viaggio verso l’interno e l’esterno

Nel cartellone del recentemente conclusosi Oltre lo specchio Film Festival 2025 – che pare aver avuto, come filo conduttore, una visione tendenzialmente “sociale” e calata nella contemporaneità del cinema di genere – non poteva ovviamente mancare il filone della sci-fi distopica. Un filone che, nella ricca proposta della manifestazione milanese, ha trovato una delle sue espressioni principali in questo The Journey to No End, produzione proveniente dalla Cina mainland che segna l’esordio nel lungometraggio per il regista (classe 1995) Chen Xiang. Bene ha fatto, il festival milanese, a includere questo titolo nella sua sezione competitiva, e anche a invitare lo stesso regista a presentarlo personalmente in sala: per essere un esordiente, infatti, Chen dimostra qui di avere un’idea di cinema molto precisa – malgrado il fatto che i debiti coi classici (e ci arriveremo) siano evidenti – ma anche di possedere un gusto tutto particolare per la messa in scena e la composizione, sempre estremamente studiata, dell’inquadratura. È presto per dire se si sia di fronte, o meno, a un nuovo autore: ma sicuramente quello a cui abbiamo assistito è un prodotto che dimostra la vitalità – e la capacità di osare – di una scena cinematografica ormai allontanatasi dall’idea statica e ingessata che lo spettatore medio ne aveva fino a un decennio fa. Una scena capace anche di differenziarsi notevolmente, per contorni produttivi e target, al suo interno.

Dramma distopico dall’anima indipendente – ma nondimeno dai valori medio/alti per quanto concerne la “confezione” – The Journey to No End immagina un futuro dominato da una gigantesca corporation, che ha creato un mondo virtuale (il “New World”) in cui ogni persona può caricare la sua coscienza a un certo punto della sua vita; un vero e proprio aldilà elettronico personalizzato in cui ognuno continua a sopravvivere indefinitamente nello scenario da lui prediletto – nonché, come scopriamo presto, in quello a cui può permettersi di accedere, in conformità alla quantità di lavoro svolto in vita. In un mondo “reale” ormai devastato e abbandonato a se stesso, in cui la quasi totalità della popolazione non fa che attendere il momento opportuno per caricarsi nel New World, si muove il giovane Cheng Qi, il cui padre, apatico e malaticcio, ha appena compiuto la tanto agognata “migrazione”; il ragazzo, che durante l’infanzia era stato già abbandonato da sua madre nel mondo reale, decide infine di partire per mettersi alla ricerca di quest’ultima, unico legame di fatto rimastogli. Il suo scopo sarà duplice: cercare di venire a capo di un confuso ricordo d’infanzia, e comprendere le cause di quel mai perdonato abbandono.

Se il riferimento forse più immediato e inevitabile per il film di Chen Xiang è quello di Blade Runner – richiamato invero più a livello di coté visivo (e soprattutto di colonna sonora) che di contenuti – le suggestioni che il suo plot evoca restano in realtà molto più contemporanee e variegate: la composizione dell’inquadratura nella sequenza iniziale (una sorta di “alveare” abitativo che mette in scena una variante estremizzata di certi complessi residenziali delle moderne metropoli cinesi) rimanda persino all’incubo distopico del semidimenticato cult di fine anni ‘90 The Cube; mentre le strade cittadine semideserte e abbandonate, solcate dal solitario protagonista, sembrano occhieggiare di loro a certi manga e anime ad ambientazione futuristica apparsi negli ultimi due-tre decenni, nonché alle suggestioni che questi hanno a loro volta riversato nel cinema. Difficile, a questo proposito, non ritrovare nell’angoscia esistenziale del giovane protagonista echi dei dilemmi senza risposta che avevano attanagliato, ormai tre decenni fa, l’irrisolto protagonista del cult Neon Genesis Evangelion; difficile, pure, non rinvenire nel New World una versione aggiornata – e forse ancor più ambiguamente angosciante – dell’aldilà inteso come “solitudine eterna” del cult movie del J-Horror Kairo (a sua volta debitore nei temi, e non è un caso, all’altrettanto inquietante anime Serial Experiment Lain). Ma agli spettatori un po’ più giovani il “nuovo mondo” di The Journey to No End farà venire in mente soprattutto (e giustamente) la più recente serie antologica Black Mirror, e soprattutto uno dei suoi più celebrati episodi, intitolato San Junipero: senza cadere nella tentazione dello spoiler, possiamo dire che il New World qui messo in scena rappresenta un po’ il controcampo – o forse il nascosto frutto avvelenato – del “paradiso” virtuale immaginato in quella storia.

Tante suggestioni e tanti riferimenti vecchi e nuovi, quindi, che tuttavia (per fortuna) non esauriscono l’essenza di questo esordio di Chen Xiang. Perché, sembra strano dirlo, The Journey to No End nella sua ossatura è soprattutto un road movie, oltre che un singolare, problematico coming of age sull’identità e la sua scoperta, perseguita qui attraverso la paziente rievocazione del passato. Quello del giovane Cheng Qi risulta essere il più classico dei viaggi alla scoperta del fuori (ammesso che questo realmente esista) che si traduce di fatto in un’esplorazione dell’interiorità del personaggio, scandagliata attraverso la costante rievocazione (forse reale, forse sognata e/o falsamente costruita a posteriori) di un doloroso quanto oscuro passato. In quest’ottica, il film fa un uso insistito dello strumento del flashback, rievocando in continuazione (in più varianti) l’episodio-clou che ha segnato la biografia del protagonista, e che ha poi finito per innescare la sua ricerca. Il tono del racconto è perlopiù solenne, l’incedere ricercatamente maestoso: il regista sembra voler perseguire una dimensione epica nel viaggio fisico – i frequenti campi lunghissimi sembrano funzionali proprio a questo scopo – giocando però parallelamente col registro della ricerca interiore che coinvolge il giovane protagonista, sempre più dolorosa, travagliata e meno scontata nell’approdo.

Appare quindi evidente come le ambizioni non manchino, a questo esordio di Chen Xiang, che non sembra volersi limitare a un potpourri fine a se stesso di influenze e suggestioni, quanto piuttosto puntare a una loro sintesi, che sia insieme personale e capace di dialogare con la contemporaneità (tanto quella sociale, quanto quella, sempre sullo sfondo, della cultura pop). Il risultato, pur pregevole per molti versi, finisce tuttavia per risentire da un lato delle sue stesse ambizioni da cinema “alto” (ambizioni invero non sempre tenute sotto controllo, specie in termini di messa in scena e scelte di montaggio); dall’altro di una dimensione produttiva che, con tutta evidenza, resta comunque medio/piccola, e si è dovuta di conseguenza confrontare con inevitabili compromessi di “confezione” (a cominciare dal minutaggio). The Journey to No End, insomma, pur mettendo tanta carne al fuoco, finisce per non risultare sempre perfettamente (consentiteci il gioco di parole) a fuoco: l’uso del montaggio non lineare – attivato anche laddove non strettamente necessario – a tratti ingenera confusione più che ricercato spiazzamento, mentre i continui rimandi al passato, contaminati di volta in volta con frammenti di presente e/o di materiale onirico del protagonista, complicano oltremodo il quadro narrativo, senza riuscire a scioglierne del tutto i nodi.

In poco più di un’ora e mezza di durata, insomma, il film di Chen Xiang respira meglio – e funziona decisamente meglio quanto a impatto narrativo e cinematografico – quando resta “coi piedi per terra”, descrivendo il viaggio di Cheng Qi nelle sue varie tappe (antagonisti e aiutanti compresi) e le sue ricadute concrete al di qua del temuto New World. Laddove prova a sviscerare in modo più compiuto la sua componente “metafisica” – componente che invero rappresenta gran parte del suo fascino – The Journey to No End resta invece, in un certo senso, a metà del guado: la sovrapposizione dei piani temporali/di realtà, sempre più spinta col progredire della storia, resta comunque involuta e poco funzionale, mentre la frustrazione della confusione finisce per prevalere, a volta, sul positivo spiazzamento. Limiti che in parte inficiano la compattezza dell’opera e la scorrevolezza della visione, ma che comunque non tolgono nulla al fascino complessivo – e alla chiara interpretazione personale e autoriale del “genere” – che contraddistingue questo esordio del trentenne regista. Lo aspettiamo con curiosità nelle sue prove successive.

Marco Minniti

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