Come sbarazzarsi della concorrenza
È trascorso moltissimo tempo da quando Park Chan-wook lesse per la prima volta “The Ax”, il celebre romanzo del 1997 di Donald E. Westlake, e se ne innamorò al punto tale da volerne fare un film. Ma suo e nostro malgrado ci sono voluti la bellezza di vent’anni prima che ciò accadesse. Nel frattempo di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, di pellicole il regista sudcoreano ne ha realizzate svariate compresa la recente e riuscita Decision to Leave, ma soprattutto il collega Costa-Gavras ha avuto modo di adattare la suddetta opera portando sul grande schermo nel 2005 il suo Cacciatore di teste. Meglio tardi che mai verrebbe da dire, specialmente dopo avere visto il risultato, presentato in anteprima mondiale alla Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia 2025 e come evento speciale alla 35esima edizione del Noir in Festival prima dell’uscita nelle sale nostrane con Lucky Red il 1° gennaio 2026.
È valsa dunque la pena attendere, anche se non sappiamo che film sarebbe stato se lo avesse realizzato all’epoca del colpo di fulmine. Di una cosa siamo però certi: questo No Other Choice è un nuovo potente instant cult che si muove efficacemente tra dramma sociale e dark comedy, imprezziosito dal chirurgico lavoro dietro la macchina da presa e dalla performance di uno straripante Lee Byung Hun, conosciuto a livello planetario grazie al personaggio del Front Man di Squid Game e che proprio grazie al cineasta di Seul aveva ottenuto nel 2000 il suo primo ruolo importante in Joint Security Area. Una collaborazione, quella tra i due, rinnovata nell’episodio Cut dell’antologico Three… Extremes, ma che stavolta tocca vette più elevate con Park che ha deciso di affidare all’attore di Seongnam, che a sua volta ha contraccambiato con un’interpretazione da standing ovation, una figura assai complessa e ostica come quella di You Man-su, uno specialista nella produzione di carta con venticinque anni di esperienza che conduce un’esistenza semplice e serena con la moglie Miri (da applausi anche la performance di Son Yejin) e i loro due figli. Il lavoro è più di una professione, è ciò che dà forma alla sua identità: “ho tutto quello che desidero” può dirsi con orgoglio. Quando però la sua azienda lo licenzia senza alcun preavviso, la sua vita precipita e rischia di vedere crollare ciò che ha costruito: il mutuo della casa, la serra che cura con passione, le lezioni di ballo con la moglie, perfino il mantenimento dei due golden retriever cui i figli sono legatissimi. Nella disperazione, tenta il tutto per tutto presentandosi alla Moon Paper, l’azienda dove è certo di poter dimostrare il suo valore. Convinto di meritare quel lavoro più di chiunque altro, prende una decisione ben precisa: “Se non c’è un posto per me, troverò un modo per farmi spazio da solo”. Fin dove sarà disposto a spingersi, se non c’è altra scelta?
Proprio l’escalation sanguinaria e le conseguenze delle decisioni prese dal protagonista muovono i fili narrativi di una commedia nerissima come la pece, che guarda alla matrice letteraria e alla pellicola di Costa-Gavras, ma aggiornando e adattando la vicenda e la materia prima a una società del lavoro in tragico mutamento. Il tutto mescolato senza soluzione di continuità con sfumature noir, l’immancabile critica sociologica (in linea con Parasite), quel coefficiente revenge che nel cinema sudcoreano e in quello di Park viene di rado meno, derive grottesche e pulp quando si decide di spingere sull’acceleratore della violenza. Tematiche (le differenze sociali, l’odio, la corruzione, i privilegi, la competitività feroce del Paese e i cambiamenti introdotti dall’arrivo del benessere), graduazioni di colore sulla tavolozza, oltre all’estetica ormai inconfondibile di un regista che fanno di No Other Choice un colpo ben assestato alla bocca dello stomaco, che va diritto senza fronzoli e peli sulla lingua al sodo.
Francesco Del Grosso









