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Electric Child

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VOTO: 6

Interessante sguardo al prossimo futuro delle IA, ma la direzione sbanda

In una Zurigo di un futuro molto prossimo, Sonny (Elliott Crosset Hove) e Akiko (Rila Fukushima) provano la gioia di avere il loro primo figlio, Toru. Le cose sembrano andare di bene in meglio, perché Sonny è anche a capo di un avveniristico progetto che, con audacia, sta creando una intelligenza artificiale come mai si era vista prima. Per riuscire ad addestrare il piccolo “bambino elettronico” (Sandra Guldberg Kampp) che vive all’interno degli enormi server aziendali, hanno pensato di realizzare per lui una sorta di mondo virtuale: si tratta di una lussureggiante isola dove egli può effettivamente progredire esattamente come ha fatto l’essere umano fin dai suoi albori. Dunque sperimentando, vivendo e morendo un numero imprecisato di volte, questo essere cibernetico sta lentamente acquisendo miliardi di neuroni in modo del tutto naturale. Anche se al momento tale intelligenza è ancora in una fase animalesca, non esisterebbero però limiti alla sua crescita. La delicatezza dell’intero processo, e gli evidenti pericoli cui si va incontro, fanno sì che i laboratori siano assolutamente isolati dal resto del mondo. Tutte le connessioni, infatti, sono fisicamente disconnesse con la rete Internet, cosicché la creatura elettronica possa svilupparsi senza essere disturbata dall’esterno e senza che essa possa decidere di prendere il controllo dei sistemi telematici del pianeta. Nel frattempo Sonny e Akiko scoprono che Toru soffre di una malattia genetica incurabile che non gli lascia più di un anno di vita. I due cercano di affrontare questa terribile sofferenza in modo diverso e, mentre Akiko pare rassegnarsi, Sonny decide che l’unico modo di salvare il proprio figlio è forzare la progressione dell’intelligenza artificiale, liberarla ed ottenere in cambio che questa studi una soluzione per Toru. I rischi di questa scelta sono altissimi e la strada intrapresa non prevede ripensamenti.
Scritta e diretta dallo svizzero Simon Jaquemet, questa oscura favola dal gusto cyberpunk dal titolo Electric Child sembra anticipare ansie e potenzialità del particolare periodo storico che stiamo vivendo. Le intelligenze artificiali, a tutti gli effetti, fanno già parte della nostra quotidianità e non è dato sapere quali siano i loro limiti, sempre che ne esistano (probabilmente no). Come non è dato sapere come in realtà vengano addestrate, cosa c’è nei laboratori dove si sta già pensando al prossimo livello e cosa potrebbe accadere se qualcuno desiderasse utilizzarne la sconfinata potenza per i propri scopi personali. Tutte domande lecite, anche angoscianti, e non a caso le azioni del protagonista vengono condotte in assoluta clandestinità, sollevando i sospetti dei suoi colleghi e le perplessità della propria moglie. E’ un percorso irto di incognite, ma la disperazione può spingere a scelte estreme. Le AI potrebbero diventare dei veri e propri esseri elettronici ed è quindi un’idea brillante mostrarci la progressione di quella del film come se essa fosse un bambino reale, selvaggio, disperso nella jungla e poi via via più consapevole, attento e infinitamente curioso di tutto ciò che avviene e degli oggetti che gli vengono fatti trovare poco alla volta.
Nonostante le interessanti premesse e diverse buone idee, la pellicola soffre però di ritmi estremamente dilatati e di una lunghezza probabilmente eccessiva. In quasi due ore si alternano improvvise svolte nella vicenda, perfino con qualche soluzione superficiale (ma veramente per entrare in un laboratorio supersorvegliato basta sollevare una grata nel bosco vicino?) e ritmi narrativi di straordinaria lentezza, con sequenze che si trascinano per minuti interi senza aggiungere assolutamente nulla alla trama. Alle volte non sembra neanche chiaro il perché delle azioni di alcuni personaggi, come l’irritante Akiko, sorta di depressa artista che vaga per casa. Titolo suggestivo, quello presentato al recente Oltre lo specchio Film Festival 2025 ma nell’esecuzione confusa qualcosa si perde. Ed è un peccato.

Massimo Brigandì

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