Dalla “diaspora” palestinese all’Acropoli
Non è uno dei più compatti, a livello narrativo, né quello che propone il colpo allo stomaco più energico e duraturo, tra i tanti film usciti in queste settimane o presentati ai festival in qualche modo legati alla causa palestinese, il lungometraggio diretto da Mahdi Fleifel. Ma va riconosciuto intanto un merito, a questo To A Land Unknown: descrivere la condizione dell’esule, del profugo, senza troppi peli sulla lingua e rendendo così tangibile una “diaspora” avviata già da qualche decennio e destinata, con quanto avvenuto in tempi più recenti a Gaza (e in Cisgiordania), a turbare ancora per molto la coscienza anestetizzata dell’Occidente. Protagonisti di questo lungometraggio di finzione, in sala dal 13 novembre grazie a Trent Film, sono Chatila e Reda, due cugini palestinesi di indole assai diversa fuggiti da un campo profughi in Libano e bloccati in Grecia, dove vivono di espedienti, lavori precari e piccoli furti, inseguendo il sogno di raggiungere la Germania.
Ciò che va in scena all’ombra dell’Acropoli è il classico dramma degli ultimi, laddove i guai cui andranno incontro i protagonisti sono destinati a intrecciarsi con quelli di qualche nuovo arrivato e con la condizione, non meno precaria a livello esistenziale, di persone del posto accomunate da una situazione di disagio, come ad esempio la donna greca di mezza età che per via del trasporto sentimentale verso uno dei due ragazzi si farà anche coinvolgere in una rischiosa storia di emigrazione clandestina.
Flirtando col cinema di genere, curando approfonditamente l’ambientazione nelle periferie della capitale ellenica, mostrando un’empatia non forzata nei confronti di personaggi dei quali non intende neanche nascondere le inevitabili “zone d’ombra”, Mahdi Fleifel sa come creare un mood credibile intorno a una vicenda che ineluttabilmente va a sfociare nella più classica delle ”guerre tra poveri”.
Quel che scricchiola più di una volta, invece, è una sceneggiatura che si concede un po’ troppe amnesie, distrazioni, ellissi, vicende umane tratteggiate solo a metà. L’eccessiva incertezza sul destino di alcuni personaggi anche importanti si fa sentire a tratti pesantemente. L’epilogo stesso regala così, inopinatamente, una duplice amarezza. Quella, ovvia, per l’esito non particolarmente fortunato – volendo usare un eufemismo – delle legittime aspirazioni dei protagonisti, ma anche l’altrettanto comprensibile spaesamento dello spettatore di fronte a certi snodi narrativi non perfettamente risolti o comunque chiusi con esagerata disinvoltura.
Stefano Coccia









