Essere o non essere (umano)
Sempre più spesso capita durante la navigazione su internet di imbatterci in un Completely Automated Public Turing test to tell Computers and Humans Apart, meglio conosciuto come Captcha, il test di sicurezza “non sono un robot” per intenderci, utilizzato per distinguere tra utenti umani e bot. Solitamente viene richiesto durante la registrazione, il login o l’invio di moduli su un sito web. Tipicamente richiede all’utente di completare un compito facile per gli umani, ma difficile per i bot, come leggere un testo distorto, selezionare immagini specifiche o risolvere semplici problemi matematici. In alcuni casi può essere sostituito da verifiche ancora più avanzate. Uno strumento di difesa insomma molto utile per prevenire attività dannose come lo spam, gli attacchi di forza bruta e il web scraping. Ma se il test in questione, piuttosto che essere un semplice blocco per i bot informatici, diventasse un sistema di riconoscimento per esseri artificiali umanoidi?
Sulla carta sembrerebbe un inquietante scenario e un terrificante quesito partoriti dalla mente e dalla penna di Philip K. Dick, ma invece a pensarli è stata la regista Victoria Warmerdam per il suo cortometraggio dal titolo I’m Not a Robot, vincitore di numerosi riconoscimenti a livello internazionale, tra cui l’ambita statuetta per il miglior short in live action alla 97esima notte degli Oscar. Presentata in concorso all’ottava edizione del Saturnia Film Festival, la nuova fatica dietro la macchina da presa della regista olandese ci porta al seguito dell’impiegata Lara che, dopo aver ripetutamente sbagliato le risposte del Captcha, comincia a dubitare della sua esistenza. Parlando con i colleghi, con il suo fidanzato Daniël e osservando il comportamento degli altri nei suoi riguardi, questi dubbi si infittiscono. Lara è un’umana come ha sempre creduto? Oppure è davvero un robot acquistato dal compagno?
Alla visione l’ardua sentenza, ma una cosa è certa: I’m Not a Robot affronta argomentazioni dal peso specifico rilevante con e attraverso le quali racconta aspetti importanti del mondo contemporaneo. Lo fa mescolando sapientemente dramma, black comedy a tinte Sci-Fi. Proprio da quest’ultime e dalla ricca letteratura del genere in questione che l’autrice ha attinto tematiche universali e paure primordiali legate a concetti quali identità e appartenenza sociale. E la mente non può non tornare a Blade Runner. La pellicola gioca e palleggia abilmente da un registro e un genere all’altro, tenendo però come filo conduttore e collante un senso di ansia e di paranoia crescente che la Warmerdam amplifica grazie al notevolissimo lavoro di un sound design sempre più disturbante e a quello dell’interprete principale, una convincete ed efficace llen Parren. L’attrice olandese, che noi e gli addetti ai lavori abbiamo avuto modo di apprezzare per la sua interpretazione nel ruolo di Joelle Walters nella serie Netflix L’ora d’oro, offre una performance davvero straordinaria, capace di restituire il ventaglio di emozioni e tonalità cangianti che attraversano il personaggio che le è stato affidato per l’intera durata della timeline.
Francesco Del Grosso









