A cavallo di un sogno
Per Fede Gianni, sceneggiatore e regista trans di grandissimo talento, il tema dell’identità e della sua ricerca non può che essere centrale e fonte di ispirazione per tutte quelle storie che ha deciso di portare sullo schermo. Quelle che ha raccontato con la sua macchina da presa in questi anni sono umanità in transito che ha deciso però di accompagnare solo per un breve tratto del loro percorso esistenziale. Nel caso della protagonista della sua ultima fatica sulla breve distanza dal titolo Billi il Cowboy, presentata in concorso all’ottava edizione del Saturnia Film Festival dopo l’anteprima mondiale alla Settimana Internazionale della Critica dell’81esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, il cineasta capitolino esplora un momento preciso della vita, la fine dell’infanzia.
Siamo alla fine degli anni Sessanta, nella campagna romana, in una borgata in costruzione, si girano gli epici film western. Billi, dodici anni, sogna di fare il cowboy da grande. Un giorno un capo comparsa di una grossa produzione, passa dalla borgata per cercare persone che vogliano interpretare dei cowboys, Billi sente che questa è la sua grande occasione, peccato però che la sua famiglia la pensi diversamente.
Ci troviamo quindi al cospetto di un capitolo di un romanzo di formazione che Fede Gianni decide come sua consuetudine e modus operandi di lasciare aperto, fornendo allo spettatore pochi indizi su quelli che potrebbero essere gli sviluppi futuri. Questo perché l’autore ha già ampiamente portato a termine quella che è la sua mission, ossia narrare in quindici giri di lancetta tanto una vicenda di passaggio generazionale quanto di ricerca di identità. In Billi il Cowboy questi due piani si alimentano a vicenda senza che l’uno fagociti mai l’altro, in un equilibrio che non viene mai meno. Il tutto all’interno di una più leggera cornice di genere che ha il compito di stemperare, quella legata all’immaginario e alla letteratura dello spaghetti western dei bei tempi che furono, al quale il cortometraggio vuole rendere a suo modo un sentito ed affettuoso omaggio. E in questo i costumi, la fotografia e le scenografie contribuiscono a creare la giusta atmosfera. Merito della scrittura a quattro mani dello stesso regista con Giulia Cosentino, che ha permesso a questo mix di concretizzarsi con grande semplicità, rendendo tutto armonioso e compatto. Meno efficace sono invece le interpretazioni che, nonostante la presenza nel cast di un’attrice di esperienza come Barbara Chichiarelli nel ruolo della madre, non convince pienamente.
Francesco Del Grosso









