Un dolore indicibile
A scuotere le serate dell’arena di Piazza del Popolo di Pesaro, regalando qualche sussulto e brivido di paura alla platea della 61esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema ci ha pensato Mara Fondacaro con la sua opera prima dal titolo Il primo figlio. Presentato alla kermesse marchigiana, il lungometraggio d’esordio della regista napoletana parte dal dramma psicologico e familiare per poi sfociare nell’horror e immergere gradualmente lo spettatore di turno in un’aspirale di tensione e di terrore.
La storia è quella di Ada, una docente di filosofia incinta che con il compagno Rino si trasferiscono in una villa immersa nella natura. Lì comincia ad allestire la stanza per il piccolo che arriverà. Per la coppia è il secondo figlio, dopo che il primo, Andrea, è tragicamente morto qualche anno prima. Ada sembra aver superato il trauma, ma le ultime settimane di gravidanza la riportano al ricordo del figlio perduto e poco alla volta la fanno scivolare in uno stato di paranoia. La donna si convince che Andrea è tornato e che è venuto per impedire la nascita di un altro bambino. Sta succedendo davvero o sta perdendo la ragione? Sempre più scollegata dalla realtà, Ada mette in pericolo la propria vita e quella che porta dentro.
La Fondacaro, autrice anche della sceneggiatura, utilizza i codici e gli stilemi dei generi di riferimento per affrontare il tema difficile e delicato della morte di un figlio e dell’elaborazione del lutto, oltre alle gravidanze complesse. Sul piano drammaturgico, al netto di qualche ingenuità di scrittura che denota criticità nella struttura soprattutto nella fase centrale, il film riesce a mantenersi in equilibrio sulla sottile linea della credibilità e delle emozioni forti, ben supportate dalla interpretazioni di Simone Liberati e Benedetta Cimatti, costantemente in prima linea nei ruoli dei co-protagonisti con delle performance davvero efficaci. Gli accesi scontri verbali tra moglie e marito, in particolare quello che si consuma in cucina quando il pensiero torna alla morte del primo figlio e alle reazioni individuali di fronte al dolore che ciò a causato a entrambi, fanno salire e di molte la temperatura emotiva.
Il tallone d’Achille sta invece nel modo in cui i codici di genere e il relativo dispositivo tecnico viene messo in pratica e applicato per trasporre sullo schermo la vicenda. Le reference portano diritte al J-Horror, vera e propria pietra di paragone quando si chiamano in causa pellicole e storie appartenenti al filone orrorifico che parlano delle suddette tematiche. Inevitabile che Il primo figlio e la sua autrice lo prendano a modello, ma il risultato è distante anni luce in termini di resa. Da una parte la componente sonora non contribuisce come dovrebbe a generare tensione e suspence, dall’altra il fattore shocker utilizzato per cogliere di sorpresa e far sobbalzare lo spettatore di turno non sortisce gli esiti sperati. Anche i vfx, piuttosto artificiali e artificiosi, non permettono alla confezione di raggiungere gli standard richiesti. A risentirne, oltre alle atmosfere, è soprattutto una regia che non ha potuto contare pienamente sul contributo di ingredienti che si sa essere fondamentali per la riuscita di progetti come questi. In soccorso arriva la fotografia glaciale di Fabio Paolucci, ma non è abbastanza per risollevare le sorti del film.
Francesco Del Grosso









