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K2 – La grande controversia

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VOTO: 6,5

Nient’altro che la verità

Che l’esito sia tragico o glorioso, la maggior parte delle imprese alpinistiche viene raccontata come un’epopea eroica. Così è stata tramandata anche la versione ufficiale della prima ascensione del K2, compiuta da una spedizione italiana nel 1954. Tuttavia, è poco noto che dietro il successo di questa impresa si cela una storia di diffamazione. Nel suo nuovo documentario, Reinhold Messner mostra quanto facilmente la solidarietà tra compagni di cordata possa trasformarsi in inganno e tradimento, seguendo le tracce del grande sconfitto della spedizione: Walter Bonatti. Dopo una serie di accuse e tentativi di screditarlo da parte dei suoi compagni, Bonatti è stato ufficialmente riabilitato solo nel 2008. Ma questa vicenda, le cui ferite sono ancora aperte, aveva bisogno che qualcuno mettesse, anche a livello audiovisivo un punto e quel qualcuno è stato Reinhold Messner con la sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo K2 – La grande controversia, presentata tra le anteprime della 73esima edizione del Trento Film Festival.
Attraverso un intreccio di materiale d’archivio e ricostruzioni, l’alpinista, scrittore e regista altoatesino racconta cosa è realmente accaduto e come, alla fine, Bonatti abbia ottenuto giustizia. Lo ha fatto con il potere dello storytelling, unito a una conoscenza approfondita dei fatti e di quei luoghi (25 anni dopo la celebre spedizione), al suo importante bagaglio professionale nel quale sono custodite imprese passate alla storia dell’alpinismo (è stato il primo a scalare l’Everest in solitaria e, insieme a Peter Habeler, è il primo a raggiungerne la vetta senza ossigeno supplementare) e i mezzi messi a disposizione dalla Settima Arte. Tra questi c’erano i preziosi filmati originali del CAI realizzanti proprio durante la missione in questione, che Messner ha preso in consegna e integrato con sequenze di fiction girate e innestate ad hoc, per colmare l’assenza del repertorio mancante per via delle altitudini proibitive oltre i 7000 metri che i cine-operatori non avevano potuto raggiungere e che avrebbero potuto sfatare qualsiasi dubbio sulle fasi incriminate.
Con l’unione di esistente reale e artificio cinematografico che lo ricrea, come nel più classico dei modus operandi, l’autore riesce così a dare forma e sostanza a un documentario che da un lato rimette insieme filologicamente tutti i tasselli di questo complicatissimo e ingarbugliato mosaico, dall’altro aggiunge e chiarisce quelli che mancavano all’appello. Il tutto accompagnato e tenuto insieme dal regista stesso che per l’occasione e per dare il suo personale punto di vista sulla faccenda si fa unica e sola voce narrate che ci guida nei suoi meandri, sbrogliano una volta per tutte la matassa che per decenni, ossia da quel primo infamante dibattimento, aveva avvolto e stritolato la vicenda tristemente nota e diffamatoria. E come segno di questa volontà di dire la sua, come esperto e addetto ai lavori, con la massima chiarezza possibile e schivando potenziali e possibili mal interpretazioni delle sue parole, Messner ha deciso di rivolgersi alla sua lingua madre, il tedesco. Ed è con essa che ha rievocato e commentato la storia al centro di K2 – La grande controversia. Scelta saggia questa, ma funzionale al progetto e in linea con le intenzioni dell’autore solo sul piano del suo racconto in prima persona. Non si può dire la stessa cosa del doppiaggio dei materiali originali e delle sequenze di fiction in lingua germanica che in termini di verità, quella che si professa per tutto il tempo anche nelle note di regia, per quanto ci riguarda viene meno. Di certo i membri di quella spedizione non parlavano tra di loro (figuriamoci con gli sherpa al seguito che a malapena spiccicavano due parole in inglese) o si scambiavano comunicazione via radio in tedesco, bensì in italiano o nei dialetti di provenienza. Ciò ci è sembrata una forzatura che ha in parte minato l’efficenza del risultato finale, senza tuttavia metterne in discussione e sminuirne i meriti, che sono quelli di avere fatto pulizia e chiarezza su un racconto sul quale si è detto tanto e troppo, in molti casi a sproposito e senza cognizione di causa.

Francesco Del Grosso

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