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Leatherface

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VOTO: 6.5

Tare di famiglia

Quanti dolcissimi – almeno per gli appassionati del cinema horror del periodo aureo – ricordi rievoca la figura di Leatherface? Ecco, uno spassionato consiglio da fornire prima di accingersi alla visione di questo Leatherface, sorta di prequel che approfondisce il passato del celebre omicida con la motosega nato dalla fantasia dello scomparso Tobe Hooper e di Kim Henkel – rispettivamente regista e co-sceneggiatore dell’evergreen Non aprite quella porta (1974) – , dovrebbe essere quello di dimenticarsi dell’illustre capostipite cinematografico e far finta di ripartire da zero, almeno da parte di coloro che hanno un numero di primavere abbastanza significativo alle spalle da doverlo fare. Ciò perché il lungometraggio diretto dal duo francese composto da Alexandre Bustillo e Julien Maury – per l’occasione alla prima trasferta americana dopo tentativi a vuoto – si nutre, termine che nella circostanza calza a pennello, di un cinema altamente derivativo che ammicca palesemente alle nuove correnti del cinema dell’orrore più o meno contemporanee.
Chi infatti si accosterà a Leatherface con la speranza di trovarvi un aggiornamento socio-politico del progenitore, rischia di rimanere deluso in maniera totale. Nel film di Bustillo e Maury è proprio questa componente a mancare in maniera evidente, dato che la lettura in controluce del film si limita ad un ricalco, peraltro esplicitato in modo assai meno aggressivo e furente, dell’ormai proverbiale poetica di Rob Zombie che prevede l’annullamento pressoché assoluto della già labile linea di separazione tra il presunto Male e il cosiddetto Bene. In questa chiave, soprattutto nel lungo segmento narrativo che vede la fuga dei giovani detenuti dal manicomio criminale denominata Gorman House (macrosequenza assai meno sconvolgente rispetto, ad esempio, a quella similare mostrata nel misconosciuto Asylum Blackout, 2005, di Alexandre Courtès), Leatherface appare quasi una copia meno efficace del cult La casa del diavolo (2005) di Zombie, con l’ottusa ferocia della polizia a spingere lo spettatore a solidarizzare con il gruppo di evasi tra i quali si annida il futuro Faccia di Cuoio. Senza per l’appunto contare una caratterizzazione del Leatherface in pectore praticamente da personaggio positivo, molto affezionato all’amico sovrappeso Bud e pieno di accortezze nei confronti dell’infermiera Elizabeth che, volente o nolente, accompagnerà i giovani per l’intera durata di un sanguinoso e rocambolesco viaggio verso destini già segnati.
Nondimeno, oltre ad una messa in scena sensibilmente più curata rispetto alla media dei prodotti di genere, è possibile notare, molto in superficie, l’affiorare quelle tematiche tanto care ai talentuosi registi transalpini. Tipo l’amore perverso che trapela dalla mater familias Verna Sawyer (molto efficace, al solito, l’ottima Lili Taylor), senz’altro parente stretto di quello che faceva da filo conduttore nella folgorante opera d’esordio À l’intérieur (2007). Come l’amore “impossibile” manifestato dal futuro anti-eroe nei confronti della già menzionata infermiera Elizabeth. Argomento affascinante che avrebbe meritato un trattamento ben più approfondito assieme alla questione identitaria del “Mostro”, se le regole di un genere oggi riservato pressoché esclusivamente ad un pubblico adolescenziale lo avessero consentito. Al contrario Leatherface resta un’opera certamente arty da un punto di vista formale, significativamente splatter senza esagerazioni e trasgressiva per onor di firma – c’è pure una sequenza di threesome con tanto di cadavere in decomposizione a fare da terzo partecipante incomodo – ma tuttavia priva di quel quid in grado di condurla nei territori consapevoli del genere.
Ad ogni modo c’è di che accontentarsi, considerando il periodo di magra.

Daniele De Angelis

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