Outrage Coda

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Kitano’s Way

Il cerchio si chiude. Outrage Coda, il terzo capitolo diretto dal “fratello” Takeshi Kitano, conclude con il botto la 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Riemergono gli Yakuza, la potente organizzazione criminale giapponese, ma soprattutto torna sul grande schermo il personaggio di Otomo, interpretato proprio dal regista di Zatoichi. Il film ripercorre quanto è successo nel precedente episodio Beyond, anch’esso mostrato in anteprima al Lido nel 2012. Il clan dei Sanno sono stati sconfitti dai rivali Hanabishi, divenuti tra i più potenti cartelli operativi nel Sol Levante. Durante quella faida Otomo si dirige verso la Corea del Sud, gestendo il giro di prostituzione per conto di un altro grande boss, Mr. Chang. Gli affari sembrano essersi stabilizzati, quando l’omicidio di un appartenente all’organizzazione coreana mette in subbuglio gli stessi membri degli Hanabishi, che si trovano a mettere in discussione l’intera struttura criminale fino ai suoi vertici.

Il film parte con una scena che spesso si vede nelle fasi finali di un racconto. Mare calmo, vento praticamente inesistente, a dominare l’introduzione della storia è la quiete, con i protagonisti seduti a praticare la nobile arte della pesca. Lo stesso Otomo, quando vede il suo compagno maneggiare la pistola, reagisce con disprezzo a quanto sta vedendo, perché quello non è il luogo adatto a questo genere di azioni. La violenza non è consentita, almeno in quel momento, perché immediatamente Kitano ci ricorda chi è in realtà. Reduce da una guerra sanguinaria in Giappone, le ferite sono difficili da rimarginare, così come è impossibile dimenticare la sua indole tutt’altro che pacifica, come il paesaggio sembra evidenziare in quelle prime immagini. Il personaggio infatti non ha mollato la carriera criminale; al contrario, è un uomo che continua a farsi rispettare, anche di fronte a un appartenente alla Yakuza (con una tenuta impresentabile) che non vuole pagare il servizio ricevuto dalle ragazze.
Ed è proprio la rappresentazione della malavita uno degli aspetti interessanti di questa intera trilogia. Il leader, i suoi adepti e tutto il contesto che ruota attorno alla mafia sono descritti con una lente contorta che svela una crisi identitaria anche degli stessi appartenenti ai clan. Se si pensa ai grandi classici, da quelli diretti da Kitano come Brother o ad altri cult come Il Padrino o Scarface, le organizzazioni sono mostrate come organi solidi e fondati su regole condivise. Chi non accetta o si ribella a tutto ciò, è praticamente escluso e destinato a una fine disonorevole. L’autore, oltre a essere feroce nei fatti, si focalizza invece su una trasformazione interna delle associazioni che operano sul mercato illegale. Così come Kore-eda in The Third Murder mette in serio dubbio l’idea di giustizia e di verità nella società nipponica, conosciuta per la sua fermezza e solidità, questa crisi antropologica non esclude la comunità sommersa, quella che si nasconde e che obbedisce alle regole criminali. Kitano illustra una cultura sfasciata dagli interessi individuali, come si nota nelle innumerevoli scene di dialogo tra i diversi membri della Yakuza. Persino il capo degli Hanabishi contrasta l’immaginario del classico boss di un’organizzazione. Vestito con felpa di marca anziché con la giacca scura, l’uomo non proviene dal basso, dalla gavetta e dagli omicidi eseguiti per la carriera, ma dall’alto, dalla finanza. In pratica, non si è mai sporcato le mani, ma possiede il denaro necessario per costituire un potente cartello.
A differenza dei suoi capolavori, Outrage Coda ha la pecca di avere una storia frivola e priva di profondità. Il regista, tuttavia, riesce a divertire con sequenze da cardiopalma, che dimostrano ancora di più le sue qualità dietro la macchina da presa. Kitano mostra, con ironia tagliente, i rimasugli della malavita, quei gesti, quegli inchini che non significano più nulla. Dietro alle tradizioni che sono visibili solo in superficie, c’è il vuoto. Basta un torto, un piccolo errore, e tutto si frantuma.

Riccardo Lo Re

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