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2020: Life and Death of a Virus

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VOTO: 8

Il migliore anno della nostra NON vita

In una giornata del XX Ravenna Nightmare, lunedì 14 novembre, totalmente dedicata (tra l’Evento Nightmare Care e Showcase Emilia Romagna) al cinema realizzato nel territorio, 2020: Life and Death of a Virus si è imposto all’attenzione quale autentico, sferzante shock visivo. L’autore, il poliedrico Edo Tagliavini, lo avevamo conosciuto anni fa come cineasta indipendente orientato verso i generi, in particolare verso l’horror. E in un certo senso all’horror è ritornato. Perché cosa vi è stato di più orrorifico negli ultimi anni di quel tuffo collettivo nel delirio pandemico, cominciato proprio nel 2020?

Ferrarese di nascita, skater con una passione innata per i viaggi, Edo Tagliavini proprio in corrispondenza del primo, alienante lockdown ha cominciato un suo “viaggio solitario” nel così vasto pianeta delle immagini reperibili in rete, che lo ha portato a concepire un film di montaggio differente da qualsiasi altro film di montaggio.
Documentario pop up, lo ha ribattezzato. Pop-up come certi libri tridimensionali per l’infanzia, volendo, ma ci piace leggere in filigrana una ludica allusione tanto alla natura tendenzialmente pop dell’operazione che all’apertura dei cosiddetti pop-up, quando si naviga su internet.
Sì, perché 2020: Life and Death of a Virus è innanzitutto il frutto di un certosino lavoro prima di ricerca in rete dei vari materiali, poi di montaggio reso ancor più faticoso dalla mole di informazioni, per raccontare infine da un punto di vista apprezzabilmente pluralista (e quindi ideologicamente non orientato) la folle escalation cui abbiamo assistito negli ultimi anni, tra comparsa del virus, dibattiti in campo scientifico, restrizioni delle libertà personali, vaccinazioni volontarie o coatte.

Split screen avveniristico, lo schermo rimanda di continuo le innumerevoli notizie raccolte (da quelle maggiormente di dominio pubblico ad altre ancor più sorprendenti) con tanto di didascalie; evitando però, al contempo, il caotico e sgradevole effetto di una Babele incontrollabile, grazie a una sommaria divisione in segmenti narrativi focalizzati su determinati temi e a quelle opportune cesure, che aiutano a ricavare comunque un logos, pur spezzettato e comprensibilmente contraddittorio, dal caos apparente.
Altro merito del film, il cui impatto e valore testimoniale è destinato secondo noi a crescere nel corso del tempo, risiede nell’ironia liberatoria con cui si è messo in scena l’autore, comparendo egli stesso in scena, ma soprattutto giocando coi materiali e principalmente con quelle citazioni a getto continuo, che spaziano dalla Storia del Cinema ai videogames, la cui sbarazzina interpolazione è destinata a caricarsi progressivamente di senso.

Stefano Coccia

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