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A Bite of Bone

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VOTO: 8

Amabili resti

Con la poetica di Honami Yano avevamo preso confidenza già un anno fa, quando il suo sorprendente Siete voi qui, Ser Brunetto? era stato tra i corti più apprezzati, all’interno dell’omaggio collettivo a Dante tributato da alcuni film-maker asiatici. Tale lavoro è stato riproposto anche durante il XX Ravenna Nightmare Film Fest, grazie al focus che l’Ottobre Giapponese ha voluto dedicare alla giovane animatrice nipponica.
Ben 5 cortometraggi in cartellone, procedendo in ordine cronologico dall’aurorale e già promettentissimo Milky Ways (Gyūnyū no fumoto, 2016) fino al più recente, nonché più complesso e maturo, A Bite of Bone (Honekami, 2021). Proprio su questa produzione maggiormente impegnativa e comunque altrettanto personale, nell’approccio visivo e negli stessi temi trattati, vorremmo soffermarci un po’ di più.

Partendo ancora una volta dall’elaborazione di esperienze personali e dall’amore per i luoghi della propria infanzia, Honami Yano ha saputo fondere anche qui la delicatezza del tratto ad elementi più aspri, nel suo rapportarsi a un tema sempre difficile da affrontare: l’elaborazione del lutto. Terreno ancor più scivoloso, forse, se a essere adottato è un punto di vista infantile. La regista ha mostrato invece notevole sensibilità, nel sovrapporre ai vivaci ricordi di vita famigliare sulla costa giapponese un periodo successivo fatto al contrario di assenze, col proprio caro scomparso da poco e omaggiato dai parenti attraverso una pratica antica, a dir poco singolare agli occhi di un occidentale: l’honekami (骨嚙み), versione più “radicale” del tradizionale kotsuage (骨揚げ) parimenti legato alla cremazione del defunto, allorché i membri della famiglia si spingono effettivamente a mordere e consumare alcune delle ossa, durante la cerimonia funebre, per mantenere dentro di sé una parte della persona amata.

Poggiare lo sguardo, seppur con le modalità decisamente più libere offerte dall’animazione, su una realtà così intima, privata, necessitava ad ogni modo di uno stile adeguato. E una delle doti da noi ravvisate in Honami Yano è proprio saper spaziare tra scelte stilistiche differenti, cercando di volta in volta quella più adatta al racconto che va costruendosi, ma conservando al contempo un tocco riconoscibile.
Qui la composizione dell’immagine riecheggia senz’altro esperienze pittoriche quali possono essere quelle di marca impressionista, col tributo ancor più sorprendente rivolto al cosiddetto “puntinismo”; senza però intenzioni meramente emulative, provando semmai a individuare una propria ricerca estetica, anche a livello tecnico cosa che l’interessantissimo e assai suggestivo Making Of, facilmente rintracciabile in rete, riesce a spiegare più di tante parole.

Stefano Coccia

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