A Beatiful Day

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6.0 Awesome
  • voto 6

Big Boy Joe

You Were Never Really Here di Lynne Ramsay (per l’uscita italiana ribattezzato A Beautiful Day) è stato osannato alla premiere al Festival di Cannes 2017, con i famosi sette minuti di standing ovation finali, e con due premi conseguiti: Palma d’Oro alla miglior sceneggiatura, e Palma d’Oro alla miglior interpretazione maschile. Però a distanza di tempo dalla sua eclatante presentazione, il film della Ramsay, a pupille ferme, può essere analizzato con più cognizione di causa, e annotare qualche squilibrio. L’unico giudizio che rimane invariato, ed è il vero fulcro energetico della pellicola, è l’interpretazione di Joaquin Phoenix. Il suo Joe, uomo dall’indefinibile età, dalla folta barba ingrigita, e dal fisico gonfio e con vistose cicatrici non scomparse, è un personaggio che rimane scolpito nella memoria. Personaggio freddo e metodico, ma con dentro una lancinante sofferenza eco del suo remoto passato. È una grossa massa di carne insensibile al dolore fisico, però dentro vi è prigioniero uno spaventato bambino che vorrebbe scomparire.

Tratto dall’omonimo racconto di Jonathan Ames, You Were Never Really Here, quarto lungometraggio della regista scozzese, prima di aggiungersi al congruo e variegato genere del noir o della detective-story, si inserisce prepotentemente nel percorso filmico tessuto dell’autrice in questi vent’anni. Storie tragiche con personaggi autodistruttivi e borderline, che si scontrano con l’ambiente che li circonda, e devono fare i conti con un oscuro passato (o svariati plumbei passati) non scrostato dalla loro mente. Per materializzare questo stato malato dei personaggi e come percepiscono – e vivono – la realtà presente, la Ramsey lavora sulla (s)composizione dell’inquadrature, sull’assemblaggio delle scene e sul riempimento di tali immagini. Il suo stile persegue nel volersi mantenere in bilico, e creando un mix, tra un realismo aspro e palpabile, e la tendenza ad astrarre e rendere vaneggianti tali ambienti.
Joe si muove in un iperrealismo urbano in cui non riesce a sopravvivere, e lui cerca di rifuggirlo, rintanandosi. Tale realtà urbana ci viene mostrata in squarci visivi psicotici, dove tutto non può essere inquadrato e focalizzato logicamente, ma a tratti in modo deformato e “visionario”. Un sguardo allucinato come i flashback sul passato di Joe, che sono crepe che ci permettono di scorgere, in modo sempre più chiaro, le afflizioni che lo attanagliano. Tali scene sono amplificate dalla regista con un mirato uso della fotografia e del suono. La fotografia ha toni saturi, ed emana nel suo raggio di gradazioni un mondo putrido. Ci sono anche giornate di sole nella storia, ma sembrano asettiche. Mentre maggiore è il lavoro sul suono, in cui il rumore della città o dei furiosi e improvvisi scoppi di violenza, lacerano un silenzio ancor più asettico. Il declino dei due personaggi, Joe e Nina, sembra segnato, ma la speranza e una nuova umanità rinasce nelle loro menti martoriare. Joe salva materialmente la piccola Nina, ma è la ragazzina che lo salva psicologicamente. Nell’ultima scena, nella caffetteria, il sole è vivo e li illumina togliendogli dalle ombre.
Lynne Ramsay si conferma una regista dura e concreta, che vuole realizzare pellicole che non blandiscono lo spettatore. Il sentimento che trasuda dalla storia dei due protagonisti è toccante, ma quello che raffredda o irrita il flusso emotivo, sono alcune scelte visive eccessive, che tendono a distrarre l’attenzione emozionale tentando di stordire lo spettatore a tutti i costi. La Ramsay non vuole tracciare un quadro clinico preciso del personaggio, quindi la confusa figura di Joe si espande nell’ambiente che ha in torno, ma verso la fine, nell’ultima azione del protagonista, questo scelta diviene traboccante e fastidiosa. Per un attimo, sembra di assistere ad una variante allucinata partorita dalla mente di Jack Torrance nell’Overlook Hotel.

Roberto Baldassarre

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