Suore coraggiose
Chiunque abbia i brividi nel ripensare al capolavoro di Peter Mullan, The Magdalene Sisters, oppure abbia avuto come il sottoscritto esperienze che è persino eufemistico e riduttivo bollare come negative, in qualche istituto di Orsoline simile a un Gulag o a un Lager in miniatura, dovrebbe confrontarsi con la visione di Yohanna. Così da trovarsi di fronte il classico “rovescio della medaglia”. Sì, perché la protagonista del film diretto da Razka Robby Ertanto è per l’appunto una suora, ma è al contempo un’eroina le cui gesta sullo schermo non possono fare a meno di turbare e commuovere.
In concorso al 22° Asian Film Festival, presentato – assieme a Tale of the Land di Loeloe Hendra Komara e a Crocodile Tears di Tumpal Tampubolon – durante un “Indonesian Day” che i manicaretti e gli omaggi offerti al pubblico da una piccola “missione diplomatica” delle Isole della Sonda hanno reso ancora più succulento, il film in questione ci rivela innanzitutto alcuni tratti di un autore giovane, quarantenne per la precisione, che ci appare quasi come un “Giano bifronte” della settima arte. Nel senso che Razka Robby Ertanto si è fatto conoscere in Indonesia e all’estero sia per film di genere, come il remake del celebre Possession di Andrzej Żuławski, sia per lavori cinematografici d’impronta più autoriale; e alcuni di questi, vedi Ave Maryam (2018), hanno proprio la minoranza cristiana del paese quale cornice antropologica del racconto.
L’elemento multiculturale e multireligioso della società indonesiana è perciò in primo piano anche in Yohanna, toccante lungometraggio che assorbe però al contempo spunti di stampo neorealista (il furto del furgoncino pone la protagonista in una situazione per certi versi analoga a Ladri di Biciclette) e suggestioni dickensiane; laddove la suora è destinata a incrociare nel proprio accidentato percorso sciami di ragazzini che vivono in povertà e sono costretti a campare di furtarelli, sovente organizzati tra loro in bande sotto il controllo di criminali adulti assai cinici e privi di scrupoli, col rischio inoltre di essere catturati da non meno arroganti, corrotti e spietati agenti di polizia .
Tornando alla protagonista, Yohanna è una giovane suora di cui ha cominciato a vacillare la fede, ma non il desiderio di aiutare il prossimo. Dopo essersi fatta prestare un modesto camioncino, la vediamo farsi carico di un viaggio alquanto faticoso, non immune da rischi, pur di distribuire alle popolazioni povere colpite da un ciclone tropicale i beni di prima necessità raccolti dalla Chiesa locale. Ma il furto del mezzo la costringere a compiere scelte radicali, sempre più rischiose, anche sul piano etico…
La complessa architettura diegetica del film di Razka Robby Ertanto scricchiola a tratti per le proprie ambizioni, ovvero per un intersecarsi dei diversi piani temporali fin troppo libero, disarticolato, tale a volte da generare un po’ di confusione, riguardo al reale succedersi degli eventi. Resta però forte la tensione etica del racconto, al pari della capacità di raffigurare le esistenze più umili in modo empatico, ma non ricattatorio sul piano sentimentale, emotivo. E allo stesso travaglio interiore della suora protagonista lo spettatore finisce per accostarsi con un misto di curiosità e ammirazione, appassionandosi cioè gradualmente alle difficili scelte che ogni volta è chiamata a compiere.
Stefano Coccia









